Il Tirreno

Livorno

Calcinacci sull’auto sotto al Tribunale: istituzioni contro su chi deve pagare i danni

Federico Lazzotti
Anna Arbore, proprietaria dell’auto danneggiata due anni fa sotto al Tribunale
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Anna Arbore, proprietaria dell’auto danneggiata due anni fa sotto al Tribunale

Livorno: la macchina colpita due anni fa sugli scali del Vescovado. Fallita la mediazione, ora è scontro tra Comune e Ministero

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LIVORNO. Fare un viaggio, oggi, seduti a bordo dell’auto di Anna Arbore, potrebbe essere rischioso: tettuccio ammaccato e fiancata rigata. Ma anche stando fermi, è possibile immergersi in un’odissea burocratica che mostra panorami sconosciuti che fanno arrabbiare.

Colpa di un rimpallo di responsabilità tra istituzioni, in questo caso Comune di Livorno e ministero della giustizia, nel quale a rimetterci (per ora) è il cittadino. Sì perché quella che denunciano Anna, 42 anni, e il suo avvocato Stefano Scalise, è una storia di giustizia capovolta.

Tutto comincia nella tarda mattinata del 9 luglio 2018 quando la proprietaria della Fiat 500 esce di casa, arriva lungo la strada che costeggia i Fossi, gli scali del Vescovado, e si accorge che da una delle finestre dove hanno sede tribunale e procura, sono venuti giù diversi calcinacci che hanno danneggiato la sua macchina «regolarmente in sosta».

«Ho chiamato subito i vigili del fuoco e la polizia municipale – ricorda la quarantaduenne – per segnalare quello che era successo. Infatti la strada è stata transennata per circa cento metri». Del sopralluogo di vigili del fuoco e municipale ci sono i verbali con cui Anna pensava in pochi mesi di ottenere il pagamento dei danni che sono risultati di circa 4mila euro. E invece i mesi sono diventati anni e di soldi nemmeno l’ombra. «È iniziato un calvario – spiega l’avvocato – nonostante fossero evidenti le responsabilità. La proprietaria si è rivolta a me un anno dopo l’incidente e la prima cosa che ho fatto ho introdotto immediatamente una mediazione contro il Comune, proprietario del palazzo».

Ma dopo l’incontro – siamo nel novembre del 2019 – ecco il primo di una lunga serie di rimpalli: il Comune declina ogni responsabilità sul ministero che del palazzo è l’inquilino. «Ciò – cerca di spiegare Scalise – in forza di una legge speciale: una disposizione piuttosto generica contenuta in un comma presente tra i centinaia facenti parte di una legge finanziaria del 2014». Scoperto l’inghippo lo stesso avvocato chiede l’estensione del contraddittorio al ministero, ma questo, seppure regolarmente chiamato, non fa pervenire alcun cenno di riscontro o impedimento alla relativa costituzione. E allora ecco che ad Anna e al suo legale non resta che rivolgersi al giudice civile citando lo stesso ministero. «Anche in questo caso abbiamo dovuto superare diverse peripezie dovute alle particolari competenze territoriali dei relativi uffici, in quanto la legale rappresentanza è radicata al ministero a Roma, ma le relative difese sono articolate nelle varie avvocature di Stato nelle regioni, per cui i tempi già si erano allungati per questo particolare rituale, ma ciò nonostante ho tentato una negoziazione assistita per cercare, nelle more delle notifiche e dei tempi di giustizia, di risolvere comunque la questione al di fuori dell’ufficio giudiziario».

Anche in questo caso, però, il Ministero nulla faceva sapere. A questo punto, una volta coinvolto nel procedimento davanti al giudice, ecco che gli emissari si fanno vivi, ma non per risolvere la questione, bensì per declinare tutta la responsabilità sul Comune in quanto proprietario. «Mi sono visto costretto – va avanti Scalise a estendere (come in mediazione) il contraddittorio a entrambi i soggetti. Fatta la chiamata del Comune in causa, questo si è costituito ma solo per ribadire che la colpa era del Ministero, e a sostegno della sua tesi articolava pure delle specifiche prove».

Di rinvio in rinvio, con il giudice che ha via via fissato le varie udienze «a precisare le prove e ad ammettere quelle rilevanti per la decisione» ecco che la causa è arrivata al 6 luglio scorso. Risultato? Nuovo rinvio al prossimo 26 marzo. «Il rischio – conclude l’avvocato – è che in questo modo si allunghino i costi con l’aggiunta di altre perdite di tempo». Il viaggio nella burocrazia a bordo di una Fiat 500 danneggiata è ancora lungo. —
 

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di Redazione web