Gioco
Margherita, la “nonna” nobile di Livorno che non riesce a liberarsi dalle transenne
Dopo il crollo del soffitto, resta recintata l’opera inaugurata 130 anni fa: per pedoni e ciclisti ci sono sempre rischi
IL RACCONTO
Povera Barriera Margherita. Sì, è proprio il caso di dirlo. Lo storico monumento incastonato tra l’Accademia Navale e il lungomare è un po’ la nonna della città.
Un’opera inaugurata 130 anni fa, che dal lungomare controlla, osserva e impreziosisce Livorno con la sua aria nobile e pulita. Eppure, ora, rischia di morire d’incuria. Crepe, intonaco che casca a pezzi, scritte sulle pareti vergate da vandali dalla sensibilità più che discutibile.
Poi c’è di mezzo la sicurezza di ciclisti e pedoni che ora non possono più percorrere – nonostante cattivi odori da turarsi il naso e un pavimento dissestato – uno dei tratti più trafficati del viale Italia.
Entrando in auto da Livorno sud e percorrendo viale Nazario Sauro per raggiungere il mare, i turisti oggi si troverebbero davanti come messaggio di benvenuto un monumento transennato, decadente, chiuso. Certo, non tutti i guai dell’edificio che ha il suo gemello di rimpetto – un tempo fermata del tram – cominciano oggi. Anzi. I due baluardi, abbandonati dalla varie amministrazioni e lasciati all’incuria, di segnali di sofferenza ne hanno lanciati e molti: pietre annerite, guamo ovunque, ruggine.
Poi alcuni giorni fa un passante, percorrendo lo spazio lato mare delimitato dalle tre arcate in pietra, ha alzato gli occhi verso l’alto e ha notato una ferita lungo il soffitto che nessuno aveva mai visto. Chiamata ai vigili del fuoco, sopralluogo di esperti di statica e protezione civile.
Ed ecco, nel pomeriggio stesso, la decisione di recintare la struttura in via precauzionale. Non è chiaro quanto le infiltrazioni d’acqua siano profonde e abbiano minato, goccia dopo goccia, la salute del soffitto e la sua tenuta.
Oggi una cinquantina di metri di transenne abbraccia Barriera Margherita. E basta posizionarsi in mezzo al cosiddetto fagiolo, la rotatoria ideata per limitare la velocità sul viale Italia, per accorgersi di come il divieto di transito abbia cambiato completamente il modo di percorrere quel tratto di lungomare, a piedi o su due ruote, causando non pochi rischi.
Pedoni e ciclisti che arrivano da direzioni opposte, non potendo attraversare la zona coperta, si accalcano sul cordolo della rotatoria, o sul marciapiede che costeggia l’opera, considerato che le transenne sono state spostate qualche metro più indietro rispetto a dove erano state messe in origine. Ecco perché – in questo caos di precedenze improvvisate – serve intervenire e in tempi brevi. Prima di tutto per mettere in sicurezza la struttura e riaprirla al traffico di pedoni e ciclisti.
Dunque il primo nodo da sciogliere è quello tra l’amministrazione comunale che è proprietaria del bene, la Soprintendenza di Pisa a cui è vincolata poiché si tratta di un monumento storico e anche l’Accademia Navale sulla quale insiste parte della struttura e dove c’è una banca al momento chiusa. Un triangolo di competenze che ha spiegato bene al Tirreno l’architetto Riccardo Ciorli, dell’Archivio di Stato di Livorno ripercorrendone la storia.
«La sua costruzione – spiega – insieme alla Barriera Roma, poi demolita, deriva dall’ampliamento della cinta daziaria livornese deciso dopo l’Unità d’Italia e completato nel 1890. A progettarla fu l’ingegner Adriano Unis, noto per essere stato un collaboratore di Angiolo Badaloni, ingegnere capo del Comune al quale dobbiamo il Mercato Centrale e le scuole Benci». —
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