Toscana
Don Gino, il decano della diocesi di Livorno: «Vi racconto i miei sessant’anni da prete»
Ha costruito dal nulla la parrocchia di piazza Lavagna là dov’erano le baracche. Doveva andare a Rosignano ma lì suo fratello era assessore comunista
LIVORNO. Oggi sono 60 anni che don Gino Franchi è prete: classe ’36, lui dunque ne ha appena compiuti 84. È il decano dei sacerdoti livornesi. Anche il giornale on-line della diocesi ricorda l’evento segnalando che oggi dirà messa alle 18 nella chiesa dedicata a santa Elizabeth Ann Seton, la comunità che lui ha guidato per più di 40 anni (e ora è affidata ai padri vincenziani), di nuovo sarà nella chiesa di piazza Lavagna domenica alle 11 (in occasione dell’arrivo del diacono Riccardo Domenici, finora in servizio alla parrocchia di Madre Teresa di Calcutta). Domani tornerà invece nella “sua” Gabbro, il borgo dov’è nato e dove la sua famiglia ha le radici, per celebrare la liturgia delle ore 18. Invece in autunno è prevista la messa nella parrocchia di Shangai, quella dove don Gino ha debuttato come sacerdote nel ’60 al fianco di don Teodoro Biondi.
La vita pastorale di don Gino è contrassegnata dall’impegno per far nascere dal nulla la parrocchia della prima santa americana (che ha vissuto a Livorno la svolta della propria vita): una chiesa nel senso della comunità di anime ma anche di muri e tetto, di quartiere, di strade. Già, la strada. E’ lui stesso a ricordare la battaglia appena messo piede in una zona dov’erano state le baracche post-belliche. Via quei tuguri ma non il muro che tagliava in due la parrocchia: la chiesina prefabbricata in onduline di qua, i fedeli di là. «Costretti passare malamente da un buco nel muro», ricorda. E’ il “muro di Berlino” e con un gruppo di ragazzi apre un varco: nasce la guerra con i proprietari. «Finché un abitante del quartiere mi chiama e mi fa vedere che il Comune doveva solo notificare ai proprietari l’intenzione di costruire la strada. In realtà, c’è una lunga fase di scontro, la proprietà che fa di tutto per fermare i lavori della strada. Ma alla fine la spuntiamo».
Lo racconta nel libro “Le meraviglie del Signore” in cui ripercorre gli anni passati in piazza Lavagna: con la costruzione dell’edificio affidata all’architetta Carla Pini Baroni (che poi morirà tragicamente travolta da un camion mentre era in bici): don Gino spiega che a lui era piaciuto molto il progetto del monastero trappista di Guardistallo (dove l’architetta aveva una sorella) e una cappella realizzata da lei in ospedale. L’idea di un Dio che «pianta la tenda fra la gente» nella trasfigurazione: anzi, più che la tenda, l’immagine della chiesa a misura di don Gino è quella di«una casa in mezzo alle case». Esattamente com’è dal punto di vista architettonico la Seton: si lega al quartiere, non spicca con guglie e pinnacoli, è alto come gli edifici vicini.
In quegli anni non c’è soltanto da costruire la chiesa ma anche la vita civile di quella zona che si stava strutturando come quartiere, come comunità: «Abbiamo fatto tante battaglie per avere uno spazio verde, non c’è stato verso. Come quella volta che in Comune mi dissero che il giardino pubblico lì non era previsto perché l’area verde era già in programma più in là, in cima a via Calzabigi. “Guardate che lì c’è un palazzone, e di verde c’è soltanto il colore delle pareti esterne».
Ma prima di allora c’era stato il periodo a Shangai: con la tonaca a giocare a tressette al circolo più “rosso” di Livorno «eppure la gente mi faceva posto: avevano capito l’intenzione di andare al di là di ogni barriera». Anche se forse l’asso nella manica – spiega lui con un sorriso – fu un altro: «All’improvviso la parrocchia smise di essere bersagliata da scherzi e dispetti. Lo seppi tempo dopo, ma forse c’entrava il fatto che ora abitava a Shangai Otello Chelli che per un periodo è stato mio compagno di seminario e mi era rimasto amico».
Era arrivato a Shangai a sorpresa: a lui avevano detto in curia che era destinato a Rosignano: lo aveva chiesto don Biondi come giovane prete per Shangai. «Ma mi dissero che era per non creare problemi di inopportunità perché mio fratello Vivenzo era assessore comunista a Rosignano». Erano gli anni in cui in vescovado c’era monsignor Andrea Pangrazio: appena vedeva “rosso” gli veniva male, del resto era di origini ungheresi e quegli anni erano quelli che erano. «D’altronde, anche mio fratello, che poi diventerà consigliere comunale, era un bel tipo: si mise in testa di prevedere un bel rincaro dell’imposta di famiglia, andò a chiederli anche al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che aveva una villa a Castigioncello, così come i grandi attori di qugli anni».
Nessun dubbio che la parrocchia sia stata il cuore della vita di questo prete gabbrigiano (così come i campeggi a Focchia per un esercito di famiglie) ma non si è rinchiuso nei confini del suo territorio, anche se lì è rimasto per oltre 40 anni. Nel curriculum c’è spazio anche dell’attenzione a recuperare la memoria di Federico Ozanam e di Elizabeth Seton andando a caccia di lettere e reperti autografi, ma soprattutto c’è l’impegno nella trincea della Caritas diocesana fino a raggiungere responsabilità nazionali. È a tutti questi mondi che penserà in questi giorni celebrando le messe del sessantesimo anniversario.
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