Gioco
Nella sola area A vietata un valore di 24 milioni «Ma in realtà è un tesoro»
L’esperimento dell’attribuzione di una quantificazione economica per far capire che non bisogna trascurare valori che sono al di là di ogni valore
livorno
L’identikit delle Secche della Meloria presentato dagli studiosi e dai ricercatori del Centro interuniversitario di biologia marina (Cibm): da un lato, mostrando l’esito delle campagne di rilevazione cartografica mediante ecoscandaglio “multibeam” integrato dalle verifiche dirette mediante con gli “scooter” subacquei; dall’altro, indicando tutta una serie di particolarità della biocenosi, cioè l’insieme di popolazioni animali e vegetali che “abitano” uno stesso ambiente interagendo fra loro. Ma con un orizzonte fuori dal consueto: provare a quantificare il valore economico di tutto quel che c’è nel ritaglio della zona a massima tutela. Inutile dire che è qualcosa di inestimabile e non c’è Mastercard che possa comprarlo, e tuttavia quest’operazione mira a dare proprio attraverso la quantificazione economica un valore a qualcosa che rischia di essere talmente senza prezzo da non aver alcun valore di fronte al totem di San Quattrino.
Risultato: 24,7 milioni di euro è la stima del “valore” dell’intera zona “A” (2,7 il fondo duro fotofilo e 0,6 quello sciafilo, 4,4 il fondo molle, 17,2 la posidonia). Parola di Carlo Pretti, prof del dipartimento di scienze veterinarie all’università di Pisa, e presidente-direttore scientifico del Cibm. C’è una lunga argomentazione teorica per arrivare a ipotizzare questa quantificazione, logico che per qualcosa che non ha né prezzo né quotazioni come “commodities” non si possa far riferimento a un listino o a formule econometriche perché sono grandezze che scappano fuori dai parametri dell’economia. Il riferimento – spiega Pretti – è la “traduzione” dell’energia, anzi della “emergia” (“memoria di energia”) che computa quanta energia, a partire da quella solare, è stata necessaria in un processo di trasformazione.
Come si vede, niente a che fare con la ricaduta turistica o l’appetibilità ricreativa o la produzione di pesce. Tutto questo semmai è in un secondo calcolo, anch’esso “spannometrico”, proposto per una inedita analisi costi-benefici: contrariamente a quanto segnalato nelle note di Palazzo Civico, è qui che salta fuori – come “beneficio” anziché come “valore” - l’indicazione di 11 milioni di euro per l’intera area delle Secche della Meloria.
E’ una metodologia nuova, forse perfino spiazzante: lo confessa l’assessora Giovanna Cepparello, segnalando le proprie perplessità iniziali. «Poi ho capito a cosa mira quest’approccio. C’è il rischio che parlare di valori ambientali fra interlocutori già sensibilizzati porti solo a sfondare porte aperte. Invece bisogna tentare le porte che restano chiuse. Non è forse stimando i costi degli effetti dello smog sulla salute pubblica che si può far capire quanto “paghiamo” per l’inquinamento facendone emergere i costi nascosti?».
Il problema è dare una visibilità a qualcosa che rischia di sfuggire se non è iconico come un panda. Figuriamoci se il “meloriastacus”, un microcrostaceo lungo tutt’al più qualche millimetro, può avere il fascino di un delfino o d’una balenottera. Eppure è un “unicum” al mondo e abita soltanto da quelle parti. Il prof. Pretti lo dice senza troppi giri di parole.
Niente di meglio, dunque, che mappare i 90 chilometri quadrati dell’area marina protetta della Meloria: una estensione che, tanto per avere un’idea, è quasi quanto quella del territorio comunale di Livorno da Ponte Ugione fino a Quercianella. Una conoscenza «centimetro per centimetro» è la premessa per poter passare «anche a ripensare il modo d’essere dell’area marina protetta e arrivare a una fase 2.0»: lo ripetono l’architetto Andrea Porchera e la biologa Anna Maria De Biasi (responsabile l’uno dell’area marina della Meloria all’interno dell’ente parco e dirigente l’altra del coordinamento Cibm).
E’ Marco Pertusati a illustrare il lavoro compiuto con il progetto Girepam indicando nei rilievi cartografici i paleo-alvei in cui sul fondo del mare si nota traccia di antichissimi fiumi o di paleo-linee di costa in ere geologiche o glaciali precedenti quando il livello del mare era 110 metri più giù di adesso e si poteva arrivare a piedi più in là delle Secche.
Tocca a Lorenzo Pacciardi invece mettere l’accento sulla prateria di posidonia su fondali con profondità da 50 centimetri fino a 40 metri: è «un “hotspot” di biodiversità» e ha una produttività di materia vegetale «analoga a una foresta pluviale o a un campo di cereali» (e «un metro quadro produce 14 litri di ossigeno al giorno»). E aggiunge: troppo spesso la vediamo come una scocciatura per noi bagnanti, dovremmo capire che è una barriera anti-erosione ed è importante per l’ecosistema delle dune costiere. Lo ripete mostrando una nacchera di mare: tutt’altro che rara fino a pochi anni fa, ora a rischio di estinzione per l’inquinamento ma anche per l’attacco di un parassita. —
M.Z.
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