Gioco
Terrazza, va in scena la protesta per dare l’alt alla didattica a distanza
Gli organizzatori: chiediamo alle istituzioni un impegno in difesa dell’istruzione pubblica in tandem con quello per la crescita culturale
Simone Fulciniti / livorno
Un presidio pacifico per chiedere l’apertura in sicurezza delle scuole a settembre: si è svolto contemporaneamente nelle piazze di ben 70 città italiane, e fra queste Livorno. Docenti, studenti, genitori, associazioni contro il razzismo e le differenze di genere, organizzazioni sindacali, e lavoratori dello spettacolo, uniti per chiedere a voce piena garanzie sul diritto all’istruzione e alla cultura.
Nella nostra città la location prescelta è stata la Terrazza Mascagni che in tarda serata è scaldata da un sole caldissimo che tuttavia non scoraggia i numerosi presenti. Capofila dell’iniziativa il movimento “Priorità alla scuola”.
«Chiediamo alle istituzioni – dice Enrico Pompeo, referente per Livorno del comitato organizzatore – un impegno concreto e visibile su scuola, cultura e arte: sono settori che riteniamo assolutamente connessi. Occorre far comprendere che sono beni fondamentali per per il presente ed il futuro del Paese».
Sono settori che i promotori della protesta ritengono «trascurati da chi sta nella stanza dei bottoni»: occorre investire sia economicamente che come peso politico. «Ma – si afferma – essendo considerati “perdenti”, non vengono sostenuti. Dopo la peste del 1348 l’Italia si è rialzata grazie all’arte: e anche oggi si dovrebbe puntare forte sulle nostre qualità. Sull’inventiva e sulla creatività».
Nel mirino della contestazione c’è la didattica a distanza (Dad): «La scuola funziona nella comunicazione diretta: è l’emozione che determina il valore dell’insegnamento. La “Dad” non è inclusiva, e siamo decisamente contrari all’ipotesi di contrattualizzarla».
Per i manifestanti il tempo per interventi ci sarebbe. «Fare lavori di edilizia, assumere precari, coinvolgere musei e biblioteche. Ci sono tante possibilità, basta volerlo».
Pompeo sottolinea che «usciamo da qui con un documento, che presenteremo al sindaco, alla Provincia e alla Regione: per chiedere di attivare quei percorsi che ci consentano di ripartire senza assurde riduzioni di orari: perché non ha senso ridurre a 40 minuti la durata dell’ora di lezione. Non ci sono tempi per le relazioni, che invece sono la cosa più importante. E basta con le classi-pollaio di 28 alunni . Bisogna capire che questo modello non funziona».
Gli fa eco Carlotta Cini di Cobas. «Siamo convinti del fatto che non possiamo rientrare a settembre con le proposte insostenibili che ci stanno facendo: l’ ora di lezione ridotta da 60 a 40 minuti, e soprattutto la “Dad” che definisco didattica dell’esclusione. Oltre a soluzioni fantasiose che il governo porta avanti: per esempio dare tutte le responsabilità e più potere ai presidi. E poi non si investe, né per gli spazi, né per gli insegnanti. I soldi ci sono, ma puntualmente vengono smistati da altre parti». —
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