Il Tirreno

Livorno

Umorismo e malinconia nella Livorno di Razzaguta

Roberto Riu
Umorismo e malinconia nella Livorno di Razzaguta

Una riscoperta dell’artista che fu pittore, vignettista, critico e scrittore  

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IL RITRATTO

Roberto Riu

Caricaturista, pittore, scrittore ed infaticabile animatore culturale testimoniando sempre un profondo amore per la sua Livorno.

Ecco chi era Gastone Razzaguta, scomparso il 5 dicembre 1950, appena sessantenne, lasciando un'impronta rilevante nell'ambiente artistico livornese che è stato, fra l'altro, cofondatore ed a lungo segretario del Gruppo Labronico (sodalizio di cui ricorre il centenario dalla fondazione): un argomento questo approfondito nella mostra pionieristica “Gastone Razzaguta 1890-1950. Una coscienza critica tra il Caffè Bardi e il Gruppo Labronico”, curata da Francesca Cagianelli ed ospitata presso la Pinacoteca comunale “Carlo Servolini” di Collesalvetti.

La nota biografica di Razzaguta resta tuttavia assai scarna: di lui sappiamo che ha lavorato come contabile presso la stazione ferroviaria di San Marco venendo inoltre nominato segretario del Dopolavoro ferroviario di Livorno. Come del resto poco si sa della sua formazione artistica, presumibilmente da autodidatta: «Eppure – sottolinea Francesca Cagianelli – a soli diciannove anni Razzaguta manifesta già compiutamente quella propensione caricaturale che gli consentì di firmare le sue caricature come “Miss Polpetto” sul settimanale umoristico “Niente da dazio?” (1909-1913) e che si pone quale testimonianza di una non banale capacità ricettiva della rivoluzione grafica affermata a Livorno da Leonetto Cappiello».

Gli esordi di Razzaguta pittore risalgono invece al 1912 quando, già esponente del sodalizio del Caffè Bardi, partecipa all'Esposizione d'arte livornese ai RR. Bagni Pancaldi esibendo una prepotente personalità apprezzata dal letterato Gustavo Pierotti della Sanguigna. In Razzaguta pittore manca però la spinta a compiere il salto oltralpe che caratterizza invece altri artisti livornesi come Modigliani e Cappiello: «Nella lettera del 1914 – continua Cagianelli – da me rinvenuta nel Fondo Natali del Museo civico “Fattori”, Razzaguta, già intimo amico di Renato Natali, inizia a rivelare il dissidio interiore fra un'ambizione internazionale che lo indurrebbe al “salto vitale” verso Parigi ed il fatale destino che lo terrà ancorato sino all'ultimo alla sua Livorno, proprio perchè gravato, a suo stesso dire, da “un cumulo di circostanze”. Sembra cioè sin da ora che l'intima missione umana sopravanzi i progetti estetici dell'artista». Insomma, uno dei tanti talenti labronici alla fine incapaci di taglaire le radici.

D'altro canto, proprio nel 1914, in occasione dell'allestimento della Sala Livornese all'interno dell'Esposizione degli Amatori e Cultori di Roma, Razzaguta otterrà il riscontro della critica d'arte nazionale portandovi opere come “Il trittico dei violenti”, “Botte” e “Dopo la rissa” che suscitano l'approvazione del critico d'arte Pietro Scarpa. Sono dipinti in cui, come in altri successivi, si avverte l'attenzione dell'artista livornese verso il mondo dei reietti e degli emarginati. Altre sue rilevanti opere sono, ad esempio, “Malinconia”, “Il senso della morte”, “Carcerati” ed “Il Dolore nascente et rinascente con la Vita come la Vita”, quest'ultimo conservato al Museo Civico “Fattori” ed in cui rileva Cagianelli «la deformazione parossistica degli anni Dieci si stempera in toni di affresco sociale e l'inclinazione simbolista diventa citazione evangelica».

Gli ultimi anni di Razzaguta vedono l'abbandono della pittura per intraprendere l'attività di scrittore avendo sempre in Livorno la propria fonte d'ispirazione e dalla quale scaturiscono tre libri ovvero: “Virtù degli artisti labronici” pubblicato nel 1943 dalla Società Editrice Tirrena che cinque anni dopo darà alle stampe “Livorno nostra”, mentre “Cacciucchesca” uscirà postumo nel 1951 con la copertina realizzata da Corrado Michelozzi e racchiudendo xilografie originali di Cesare Tarrini.

Un ulteriore aspetto dell'attività di Razzaguta è quello di critico rilevabile nel catalogo della mostra a lui dedicata dieci anni fa: «Vi sono racchiusi – afferma Cagianelli – alcuni contributi critici fondamentali per capire quelle tappe di riflessione estetica condotta dall'artista in margine al '900 livornese».

Si parla, in particolare, di un articolo di Razzaguta uscito sulla stampa locale nel 1915, riferendosi ad una Mostra d'arte pro Croce Rossa, e di un altro del 1930 intitolato “Amedeo Modigliani”: «Si tratta - conclude Francesca Cagianelli - di articoli firmati in due fasi per così dire antitetiche della carriera razzagutiana: il primo, cioè, nel momento dell'ascesa e dell'ambizione di latitudine internazionale, dove vincono curiosità e spirito d'avventura critica, il secondo invece già intriso di quel sentimento di abiura che doveva spingerlo a tralasciare l'attività pittorica per ergersi a cantore di una Livorno proiettata in un orizzonte retrospettivo, dove la satira sferzante degli esordi sembra stemperarsi in accenti di malinconia o addirittura contaminarsi con l'acre sapore del vernacolo. —

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