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Nella chiesa di Banditella arriva l’Ultima Cena fuori dagli schemi

Nella chiesa di Banditella arriva l’Ultima Cena fuori dagli schemi

Il grande dipinto di Massimiliano Luschi nella parrocchia che don Paolo lascerà «Non segue i canoni standard dei dipinti di questo tipo, ecco perché»

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Ad accogliere i fedeli nella chiesa di Santa Lucia in Banditella ora c’è anche un grande dipinto a olio che richiama lo sguardo sulla cappella del Santissimo, là dove secondo i credenti si manifesta nell’eucarestia la presenza di Gesù Cristo nella storia anche oggi. È una tela di quattro metri per due che, inutile dirlo, raffigura proprio l’Ultima Cena in cui dalla convivialità dello spezzare il pane prende forma il sacramento.

Ma è una Ultima Cena che il pittore livornese Massimiliano Luschi – su committenza di monsignor Paolo Razzauti, ancora per qualche settimana alla guida della parrocchia del lungomare – ha creato uscendo un po’fuori dai canoni della raffigurazione standard. E non solo perché i volti degli apostoli sono stati «presi dalle facce di gente comune che conosco, gente di Colline, il quartiere dove ho lo studio», come segnala l’artista.

Capita, per dirne una, di notare che la scena sia assai più mossa e dinamica della fissità ieratica alla quale ci hanno abituato i grandi capolavori. Non solo: fra gli apostoli c’è Giuda che è l’unico senza volto ma non tutti sono voltati verso Cristo, ad esempio Tommaso indica il tabernacolo. E anche il linguaggio del corpo degli altri è quello ingarbugliato di una cena (anche se gli occhi sono girati verso Gesù). E lo stesso Cristo non sta come al solito dividendo il pane. Di più: diversamente da tanta arte da catechismo con la luce che arriva dall’alto, qui il “cielo” è in verità basso e incombe sul gruppo di commensali ed è la paglia di una casa palestinese («giusto come quelle che ho visto in Terrasanta», dice don Paolo) mentre lo sfondo è un telo che copre un muro non intonacato, segno che insomma non siamo nella pompa magna di una reggia.

Di singolare c’è anche il fatto che il grande dipinto – che ha il compito di calamitare l’attenzione dei fedeli alla sinistra dell’altare maggiore, come detto, là dove è la presenza eucaristica – è dirimpetto a un altro dipinto, più piccolo. Cosa c’è di strano? L’autore è Masaniello Luschi, il padre di Massimiliano, il pittore figlio d’arte che ha realizzato l’Ultima Cena.

Luschi junior deve aver faticato non poco visto che doveva tener conto sia della colonna portante che restringe la visuale sia della grande vetrata di luce che riduce lo spazio in altezza. «Ma a dire il vero – avverte don Paolo – questo ha spinto a tenere il quadro quasi ad altezza d’uomo, e questo è un bene perché è così che dev’essere: lo sanno bene nei grandi musei, e vale ancor più qui da noi perché non c’è solo una suggestione artistica ma anche un messaggio di fede».

Luschi racconta di essersi ispirato ai capitoli da 13° al 15° del Vangelo di Giovanni e spiega di aver utilizzato alcuni colori-simbolo per le vesti di Pietro, ad esempio: d’un bel rosso. C’è anche un velo d’un verde cangiante che richiama il trascolorare delle parole mendaci quando si fanno tradimento, e qualcosa del genere vale anche per il giallo».

«Sono volti di gente che qui da noi come in Terrasanta – dice dopn Paolo – sono scolpiti dal mare e dal libeccio». E Luschi segnala il movimento del corpo di Filippo che indica col dito: «Anche Gesù Cristo non è statico, tutti i volti hanno un riflesso d’anima. Solo Giuda no: anzi, sta quasi andando via». —

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