Gioco
Amaranto: cent'anni fa il quasi-scudetto, oggi ultimi in fondo al nulla
Il Livorno senza verve di adesso avrebbe molto da imparare dalla grinta che, grazie anche ai gol di Mario Magnozzi, portò un secolo fa esatto esatto il 20 giugno 1920 gli amaranto in finalissima per lo scudetto contro i supercampioni dell'Inter: livornesi sconfitti (3-2) ma a testa alta. Cent'anni fa
LIVORNO. Oggi gli amaranto sono nell’inferno dell’ultimo posto in serie B, la retrocessione l’abbiamo scampata in extremis per un miracolo tutto cuore già l’estate scorsa e l’anno prima c’eravamo guadagnati la promozione dalla C. Ma esattamente oggi un secolo fa non dovevamo vedercela alla disperata con il Cittadella bensì, al contrario, eravamo a Bologna a sfidare gli ultracampioni dell’Internazionale nella finalissima per lo scudetto: insomma, prima ancora di vederci soffiare il tricolore dal grande Torino con il gol di Valentino Mazzola a Bari negli ultimi minuti nell’aprile ’43, appena prima dei grandi bombardamento di quel maggio-giugno che ci metteranno definitivamente ko, il Livorno era andato a un soffio da cucirsi sulle maglie lo scudetto.
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LA VOCE DI ARDEMAGNI, I LIBRI DEGLI STORICI DEL CALCIO. Era stato Marco Ardemagni, voce storica di RadioDue con Caterpillar (ma anche autore tv e poeta surrealista), a tirar fuori questo fotogramma di amarcord al festival "Il senso del ridicolo" diretto da Stefano Bartezzaghi. Senza dimenticare che l’avevano raccontato nei loro libri sulla storia delle origini del calcio amaranto i libri di Mario Di Luca e quello di Maurizio Mini e Fabrizio Pucci.
Era il 20 giugno 1920: sul campo bolognese dello Sterlino la squadra labronica che schierava in porta Jacoponi I e in attacco un Mario Magnozzi ancora ragazzino se la giocò alla pari con la super Inter. Il campionato era molto diverso da quello di adesso: era organizzato per aree interregionali e i dirigenti della Figc, a buona ragione, pensavano che il calcio vero esistesse solo al Nord e a sud degli Appennini non ci fosse granché.
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CON I CAMPIONISSIMI MA A TESTA ALTA. «Il campionato era diverso da quello attuale, - racconta Ardemagni - quello vero riguardava gli squadroni del nord: nel resto d’Italia si arrivava sì a selezionare la finalista per lo scudetto nazionale, ma non c’era gara. Quell’anno era l’Inter la finalista del campionato del nord, l’altro girone venne vinto dal Livorno». In effetti, l’attenzione era così centrata sulle squadre del Triangolo industriale che la federazione si preoccupò soprattutto di far disputare le partite in campo neutro fra le big di allora: era appena finita la guerra, si era nel bel mezzo del "biennio rosso" con le occupazioni delle fabbriche e i regi questori volevano evitare di ritrovarsi con legioni di tifosi pronti a menarsi. Dunque, ecco un complicato giro di trasferte. Alla fine, come detto, salta fuori l’Inter come finalista per il Nord e il Livorno per il resto d’Italia. Ma i milanesi erano talmente favoriti - spiega il libro cult di Filippo Grassia e Gianpiero Lotito sulla nerazzurri-story - che la nomenklatura Figc aveva già annunciato l’assegnazione dello scudetto prima ancora che si disputasse l’incontro.
«Tutti si aspettavano un risultato tennistico e in effetti il primo tempo finì sul 3-0 per i milanesi», ricorda il conduttore radiofonico. «Finisce 3-2 per l’Inter ma ha tremato. Era la prima volta che qualcuno aveva insidiato lo strapotere del calcio nordista, l’aveva fatto il Livorno».
DAL NOSTRO ARCHIVIO: ECCO LA CRONACA DEL MATCH. La "Gazzetta Livornese" del giorno dopo dedica, nelle sue quattro pagine, grandissimo spazio all’evento dello scudetto mancato per un soffio. Nell’archivio del nostro giornale c’è ancora la copia di quel lunedì di cent’anni fa esatti. La cronaca di "Giw." spiega che le cose si mettono subito male per i nostri: neanche sette minuti e Innocenti I si rompe, prova eroicamente a resistere ma poi si arrende e gli amaranto restano in dieci contro il "Barcellona" di allora. In 18 minuti arriva una grandinata di tre gol: il "nostro inviato speciale" mugugna che la prima rete (Conti) è nata sugli sviluppi di una «discutibile» punizione e la terza (Cevenini III) era «in evidente posizione di offside», e gli amaranto «hanno giuocato in sfavore di sole».
Parte a questo punto la «magnifica riscossa livornese nella ripresa». I due gol portano la firma di Mario Magnozzi, l’uno al 57’ (su corner battuto da Longhi) e l’altro dieci minuti più tardi. Poi l’assalto amaranto a caccia del pari va a vuoto. Lo racconta Mario Di Luca, 88 anni, vita professionale alla Nuovo Pignone e una gran passione per il pallone amaranto racchiusa in tre libri che sono una miniera di informazioni, spesso raccolte di prima mano con interviste agli ex protagonisti. Quel che preme a Di Luca è cancellare la fake news del penalty fallito da Magnozzi. «Ho consultato archivi al Tirreno e in altri giornali, anche milanesi, e non ne ho trovato traccia. Figurarsi se avrebbero potuto dimenticarsi tutti di un rigore buttato alle ortiche in una partita tiratissima finita 3-2». Anzi, semmai le cronache parlano del fatto che l’arbitro Bertazzoni non ha dato rigore agli amaranto su «una evidente mano di Beltrami nell’area di rigore»: ecco perché per Di Luca non è mai esistito quel gol mancato da Magnozzi.
«AVREBBERO DOVUTO INTITOLARE LO STADIO A MAGNOZZI». C’è di più: riprendendo una chiacchierata con Bruno Giraldi, il mediano che in amaranto raccoglierà la fascia di capitano di Magnozzi, sottolinea che «prima ancora che a Armando Picchi, il nostro stadio avrebbero dovuto pensare di intitolarlo a Mario Magnozzi: la maglia azzurra l’ha vestita sì ma ci è arrivato con l’amaranto sulla pelle. E non è tutto: la strada che gli hanno dedicato è talmente piccola che non quasi non si vede nella toponomastica cittadina».
Bisognerà aspettare più di vent’anni per rivedere il Livorno a duellare per lo scudetto: l’anno successivo, nella primavera ’21, gli amaranto - ricordano Pucci e Mini - alzarono bandiera bianca in semifinale. E faceva ancor più male perché a sbarrarci il passo fu il Pisa... «E’ nei momenti difficili come questo che bisogna tener cari queste memorie, - dice Ardemagni - serve a dire che c’è stato un giorno in cui si è sognato in grande e si può avere l’orgoglio di tornare là dove la Livorno del pallone merita di stare: lo dico da controparte perché sono interista e se avessi assistito alla finalissima di Bologna sarei stato dall’altra parte della barricata, ma ho anche una grande simpatia per Livorno e i livornesi».
CENT’ANNI FA LA GLORIA, E ADESSO INVECE… Peccato che con Spinelli che vuol vendere, Yousif che è finita com’è finita e la squadra mai così giù in classifica, di quel che hanno combinato questi ragazzi di cent’anni fa con la "ghigna" di sfidare l’Inter dei campioni sia rimasta solo questa pagina del Tirreno e poco altro.
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