Gioco
Cedimenti, infiltrazioni d’acqua e degrado Barriera Margherita è stata transennata
Sono intervenuti i vigili del fuoco e il personale della Protezione civile: il monumento versa in condizioni critiche
Roberto Riu / LIVORNO
Un tesoro da salvare. Che racchiude anni di storia della città e che rappresenta uno dei simboli più antichi di Livorno. Un gioiello finito tra le grinfie dell’incuria, devastato dai vandali a suon di scritte e sfregi. E ora si vedono pure cedimenti strutturali.
Cadono calcinacci dal porticato lato mare di Barriera Margherita, quello aderente all’Accademia navale.
Sul posto venerdì mattina erano presenti i vigili del fuoco, la polizia municipale, alcuni appartenenti alla marina militare e il personale della Protezione civile che ha immediatamente predisposto il transennamento dell’edificio per impedire il passaggio sotto al porticato, oltre ad avvertire la soprintendenza competente per territorio essendo il fabbricato soggetto a vincolo in quanto bene culturale.
La caduta di frammenti d’intonaco dal soffitto del portico va fatta risalire all’infiltrazione di acqua piovana dalla copertura, infiltrazioni di cui sono ben visibili diverse altre tracce. Entrambi gli avancorpi della Barriera mostrano d’altronde evidenti segni del tempo, per non parlare delle tante scritte che ne deturpano le pareti: un degrado di cui sul Tirreno abbiamo riferito varie volte in passato e purtroppo sinora senza alcun risultato.
Ma come e quando è nata la Barriera Margherita? Risponde alla domanda l’architetto Riccardo Ciorli, dell’Archivio di Stato di Livorno.
«La sua costruzione – spiega – insieme alla Barriera Roma, poi demolita, deriva dall’ampliamento della cinta daziaria livornese deciso dopo l’Unità d’Italia e completato nel 1890. A progettare la Barriera fu l’ingegner Adriano Unis, noto per essere stato un collaboratore di Angiolo Badaloni, ingegnere capo del Comune al quale dobbiamo il Mercato Centrale e le scuole Benci». Denominata in origine “Barriera a mare” e successivamente intitolata alla regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto I, la struttura recava un’ampia cancellata per il servizio del dazio comunale, in seguito rimossa, che univa i due corpi di fabbrica da un lato all’altro della strada, l’odierno viale Italia (già viale Regina Margherita), dove transitava il tram.
I due corpi di fabbrica della Barriera hanno poi avuto destini diversi alla cessazione del regime daziario: quello lato mare nella sua parte retrostante ospita gli uffici di una banca (attualmente chiusi) a servizio dell’Accademia navale.
L’edificio lato terra ha invece una storia molto più articolata: nella parte retrostante ospita tuttora la sede del Cibm, (il Centro interuniversitario di biologia marina, nda, che ha i laboratori anche allo Scoglio della Regina), ma sino a sessant’anni fa era una delle stazioni di partenza della linea ferroviaria Livorno-Tirrenia-Pisa, gestita dalla “Stefet” (Società trazione e ferrovie elettriche toscane), quella del famoso “trammino” (per i pisani) o “trenino” (per i livornesi) con la motrice e le carrozze dalla caratteristica livrea di colore bianco e rosso: «Nel 1935 – conclude Ciorli – fu infatti realizzata la linea ferroviaria fra Pisa e Livorno che rimase in funzione sino al 1960, anno della sua chiusura». Barriera Margherita, dunque, ha visto da vicino tutte le epoche della città. Ed è sempre stata un punto di riferimento per i livornesi. Fa male vederla immersa nel degrado, quasi abbandonata.
Cadono pezzi d’intonaco, che assomigliano a una richiesta d’aiuto. Come se la storica struttura dicesse: «Sono qui, sono stanca e malandata. Aiutatemi. Rischio di non sopravvivere se qualcuno non si prende cura di me». Un allarme da ascoltare, da parte delle istituzioni, che hanno il compito di non far morire uno dei simboli della livornesità. Perché Barriera Margherita non deve sparire. E di tempo per salvarla non ne è rimasto molto. –
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