Gioco
Caos in porto, marittimi sul piede di guerra: «Senza paga da mesi, sequestrate la nave»
Nazzarri (Itf): l’armatore trova sempre una scusa per rinviare il pagamento. Una general cargo di 100 metri rimasta senza carico per la crisi causata dal virus
LIVORNO. «I tredici marittimi non riscuotono da tre mesi, sono disperati: devono avere dall’armatore 170mila euro e finora si va avanti a suon di piccoli rinvii, appuntamenti mancati, scuse e controscuse. Il nostro avvocato ha chiesto il sequestro della nave». Bruno Nazzarri, ispettore sindacale dell’Itf, la federazione sindacale internazionale che tutela anche i lavoratori del mare, ne ha viste tante di queste battaglie per difendere «i diritti minimi di marittimi che stanno in mezzo al mare mesi e mesi, poi un bel giorno si sentono dire che i soldi arriveranno domani, e poi no dopodomani, e magari fra una settimana mai».
La nave è la Tramper e, come dice lo stesso dirigente sindacale, «non è affatto una bagnarola»: si tratta di un “general cargo” lunga poco più di 100 metri, costruita nel ’99, arriva dalle Balneari e batte bandiera delle Isole Vergini Britanniche (anche se gli armatori sono italiani). Già dai porti spagnoli, a quanto risulta da fonti sindacali, erano arrivate segnalazioni di un rapporto problematico con l’armatore. Poi la nave è rimasta in rada all’ancora per un bel po’: niente carico, forse anch’essa colpita dalla crisi dell’emergenza sanitaria da Covid 19 che ha messo ko tanti traffici internazionali (anche se, va detto, non ha bloccato del tutto gli arrivi e le partenze di navi: a Livorno oltre il 60% di cargo e portacontainer ha continuato a viaggiare).
La Tramper è stata poi portata alla calata Pisa per tutelare l’equipaggio: 13 lavoratori in parte ucraini e in parte rumeni (italiano è invece il comandante). Preoccupati perché i loro sacrifici personali sono risultati inutili e da marzo non riescono a spedire a casa la busta paga, preoccupati anche perché si assottigliano le scorte di viveri.
Del resto, non è la prima volta che nel nostro porto si verifica qualcosa del genere: basti pensare alla situazione dell’Alfonsito di una decina di anni fa, in quel caso si trattava di una nave battente bandiera cipriota con marinai italiani, lasciata al Magnale. E qualche anno prima l’Askja, bandiera panamense (con comandante fiumano, cinque rumeni e un senegalese), costretti a stare per mesi aspettando di ricevere la paga. Era stata la generosità dei livornesi, del volontariato e del mondo delle banchine a mobilitarsi in casi come questi per fare un po’ di spesa e trovare un po’ di bunker per questa gente che rischiava di essere beffata due volte: senza un soldo e prigioniera.
Adesso i dirigenti sindacali, gli avvocati e la Capitaneria si metteranno al lavoro per capire come trovare una soluzione: capire se la nave resterà lì o in una banchina più defilata, quanti membri dell’equipaggio resteranno a bordo per garantire la sicurezza e quanti potranno essere rimpatriati. E se l’armatore continuerà a non dar segni, ci sarà da rivolgersi alla sede di Londra dell’Itf per trovare i soldi per pagare il rimpatrio di questi lavoratori. —
M.Z.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
