Il Tirreno

Livorno

Le accuse a Yousif fra macchinine gialle, gli affaristi del calcio e una pista in Africa

mauro zucchelli

L’imprenditore olandese-libanese giura al Tirreno che è innocente  Cosa c’è dietro gli 007 di Rotterdam (e cosa c’è che non quadra) 

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l’inchiesta

mauro zucchelli

“Share’ngo” è il marchio: spina elettrica verde sullo sportello della macchinina gialla nata dall’intuito di ingegneri italiani ma negli stabilimenti cinesi di XinDaYang. Da quella costola nascerà il marchio ZhiDou che poi ritroveremo sotto l’ala di Geely, colosso cinese che ha conquistato marchi cult come Volvo e Lotus, oltre alla Daimler (Mercedes e Smart). Questo rende bene l’idea del rango di chi si era affacciato tre anni fa all’interporto di Guasticce col progetto di assemblare qui le mini-car elettriche per l’Europa.

Quel marchio è finito sotto i riflettori della polizia olandese nel blitz che ha sguinzagliato un esercito di agenti nel cuore dell’Olanda profonda. Eccoci a Papendrecht, nella villetta dove vive Yousif Majd, l’uomo che vuol comprare il Livorno; eccoci a Sliedrecht al 2 di Gantelweg, nel centro odontoiatrico gestito dalla moglie Rachida Yousfi; eccoci a Alblasserdam, nel quartiere generale di Share’ngo. La polizia insiste sull’andirivieni di McLaren e Lamborghini, schiera i cani “annusa-soldi”, sequestra munizioni ma in realtà è tanti anonimi fogli che cerca: il noleggio di macchinine come copertura per “lavare” denaro sporco (mentre Yousif giura al Tirreno che lui è innocente).

Resta da capire cosa c’entri tutto questo con il fatto che i due ingredienti-chiave per impostare una “lavanderia” da riciclaggio – dice una fonte confidenziale – sono: 1) qualcosa che non abbia listino e possa valere mille o cento volte tanto perché il prezzo è del tutto arbitrario, come la quotazione di un capolavoro artistico o di un centravanti; 2) un grande flusso di cassa, preferibilmente in contanti, dunque ben vengano casinò e supermercati.

il business dei capolavori

Lo raccontano Dania Mondini e Claudio Loiodice nel libro-inchiesta sul mercato dei falsi Modigliani. Non importa neanche far fisicamente viaggiare i quadri, basta far vorticare «le certificazioni (expertise) che danno valore alle opere artistiche»: hanno la virtù di esser «diventate a tutti gli effetti titoli di credito difficilmente tracciabili».

Ancor più interessante sono le 42 pagine firmate dagli 007 dell’ “Interpol finanziaria” varata dai governi del G7. È un dossier del Fatf che Il Tirreno ha potuto leggere: nel mirino le modalità con cui una nuova generazione di faccendieri usa l’“industria del calcio” come paravento per operazioni di riciclaggio. Favorite dalla completa internazionalizzazione del mercato delle società sportive, dei loro giocatori, dei diritti televisivi. Talvolta con intrecci paradossali: non è necessario acquisire una squadra, è utile casomai la possibilità di indirizzare un parco giocatori in questo o quel club; non è indispensabile conquistare uno scudetto perché si possono far profitti orientando i risultati di partite sui quali si canalizzano scommesse dall’altra parte del mondo.

L’indagine indica fra gli esempi-chiave un caso belga con l’acquisto di un club in affanno finanziario da parte di un gruppo latino-americano che, di fronte ai dubbi della banca intermediaria, sparisce, solo che poi si presenta un misterioso “signor Cox” che non si è mai occupato di calcio e d’improvviso vuol comprare una società sportiva.

i casalesi alla conquista del calcio

E’ un report di Pierpaolo Fratangelo, funzionario della Vigilanza in Bankitalia, a ricordare il tentativo di scalata alla conquista della Lazio da parte di «un gruppo dell’Est europeo legato al clan camorristico dei Casalesi»: nelle indagini l’Antimafia scoprì che il piano mirava a acquisire anche altre squadre che, «militando in serie minori», davano meno nell’occhio e «meglio si prestavano a queste operazioni».

Sia chiaro, qui non è in gioco un giudizio su mr. Yousif: potrà benissimo provare la propria innocenza. Parliamo del motivo che forse ha fatto scattare il radar dell’équipe olandese ConfisQ, reparto speciale di pronto intervento della Procura a Rotterdam e dintorni: il tentativo di acquistare la squadra amaranto.

Ma qualcosa non torna: intanto, perché gli occhi sembrano puntati sul noleggio di minicar e invece niente è più tracciabile del noleggio tutto informatizzato di vetturette da prendere dove capita e lasciare dove vuoi. Anche i tempi non quadrano: le segnalazioni dall’Olanda parlano di una indagine partita a inizio 2019: ma allora l’imprenditore cinquantenne di Papendrecht era solo un piccolo partner locale di “Share’ngo”. Benché nel gennaio 2017 avesse portato il capitale della sua “ForcEv Bv” da 100 euro a 4,5 milioni e nel giugno seguente avesse lasciato l’indirizzo di Amsterdam (al 525 di Nova Zemblastraat) per infilarsi nella tranquillità strapaesana di Alblasserdam...

Il salto ma all’ingiù

Semmai è più tardi che, prima ancora di incapricciarsi dei colori amaranto, che Yousif Majd cerca il salto di qualità. Se la guardiamo con gli occhi di “Share’ngo”, però, balza agli occhi che dalla stagione cino-labronica a quella olandese il salto c’è ma all’ingiù: nel bilancio 2018 si parlava di 166mila clienti, 1,2 milioni di corse e 24,6 milioni di minuti di utilizzo di una flotta di 1.533 “equomobili”, e chissà cosa sarebbe successo se le micro-car gialle fossero diventate per mettere le ruote a cinesi quel che era stata per noi la “600” o la “Topolino”. Qui invece il socio olandese favoleggia l’iperconnessione del “5G” e fa sognare una sfilza di servizi dedicati neanche immaginabili: ma in concreto la flotta è di qualche decina di macchinine e il quartier generale del business ha dimensioni poco più che cittadine. La polizia aggiunge sospettosa: quelle vetturette non si muovevano, dove sta l’affare?

la furbata del socio cinese

Meglio premere il tasto rewind e riavvolgere il nastro della nostra storia. Rieccoci all’affare cinese-livornese. C’è chi lo racconta come un escamotage dello stato maggiore dei partner orientali di “Share’ngo” per accreditarsi agli occhi della nomenklatura cinese (e appena arriva il “patent” per la produzione in Cina ecco che l’interesse per l’investimento livornese sparisce); c’è chi teme che sia la solita storia del flop di competitività della metalmeccanica made in Italy sorpassata dall’industria dell’Est europeo (e nota che ZhiDou ha semplicemente spostato in Slovacchia la propria “ambasciata” nel Vecchio Continente). Salvo poi continuare a pubblicizzarsi con l’immagine-beffa della Torre di Pisa dietro i propri modelli glamour o quasi.

Delle macchinine gialle è rimasto qualche esemplare in una zona dell’interporto ma soprattutto è rimasto il ricordo del “chiodo” che si racconta abbia lasciato. Il marchio “Share’ngo” non ha più nemmeno il campo base fra Coteto e Salviano: nient’altro che l’angolo di un anonimo capannone al 162 di via dei Pelaghi, vista Variante. Il coronavirus ha messo ko il car sharing: impossibile sanificare le vetturette fra un giro e l’altro, clienti chiusi in casa e zero richieste.

Ma la valigia l’hanno fatta nell’era pre-Covid e ora c’è solo un foglio che invita ad andare sugli scali Cerere, fra l’Asa e l’identikit post-moderno della Dogana d’Acqua. Al civico 3 sulla cassetta della posta c’è il marchio di “Share’ngo” ma ha dovuto far posto al “Cs Group” e ai suoi satelliti nelle varie città dov’era operativo il servizio di car sharing. E tutti quanti hanno dovuto lasciar spazio a “Force of Nature Ev”, che è la controllante: l’ex società-partner in franchising si è mangiata la casa-madre in difficoltà quando gli uomini di Geely se ne sono tornati in Cina.

le mosse della nuova società

La “Force of Nature Ev” debutta in Italia a metà ottobre, un mese prima della conquista di “Cs Group”, cioè di quel che resta del sogno delle macchinine gialle. Nasce come una “srl” piccina picciò con 10mila euro di capitale e un solo dipendente dichiarato. Il padrone è Yousif Majd. Pochi giorni dopo averla costituita, viene a Livorno a venderne il 10% delle quote a Zernad Abdellah, cinquantenne pure lui e pure lui di origini marocchine come la moglie di Yousif (e cittadino olandese, con casa a L’Aja).

C’è un terzo legame che collega gli affari di “Force of Nature Ev” al Marocco: una società esattamente con questa denominazione – una ventina di addetti, 3,2 milioni di dollari di giro d’affari, 100mila dirham di capitale (quasi 10mila euro) – risulta avere una sede a due passi dal quartiere-labirinto della Medina di Tangeri, al 6 di rue Ibn Nasjoun. Solo che opera nella componentistica auto, in linea con la casa-madre “ForcEv” che a Alblasserdam nella stessa sede di “Force of Nature” si occupa di “commercio e riparazione di autovetture e veicoli commerciali leggeri” con “noleggio veicoli” come business secondario. Quella livornese, no: curioso che come mestiere sia indicata la “gestione di programmi di fidelizzazione commerciale”.

Non basta: indiscrezioni da confermare riferivano che la “comfort letter” da dare a Aldo Spinelli era di una banca marocchina.

vedi alla voce Mongolia

Si aggiunge un tassello nel Nord Africa, sembra sparire invece quello nel cuore delle steppe asiatiche: mr. Yousif Majd (anzi, Majid) aveva raccontato di avere affari dalle parti del deserto del Gobi con depositi di litio e dunque non destava meraviglia che figurasse console onorario a Bruxelles per conto della repubblica popolare di Ulan Bator. Nell’ultimo aggiornamento della lista, però, compare solo il nome di Paul Van Wouwe che segue gli interessi mongoli nelle Fiandre. Quello di Yousif è scomparso. —

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