Il Tirreno

Livorno

L’ex commissario dell’Authority «Ero disperato per la casa all’asta»

L’ex commissario dell’Authority «Ero disperato per la casa all’asta»

Il racconto di una delle vittime: «Pensavo fossero amici, ecco come mi hanno convinto» 

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L’intervista

«Ero disperato e a dire il vero lo sono ancora. Ma in quel periodo, siamo nel 2017, la mia casa era stata messa all’asta e stavo cercando in tutti i modi di non perderla. Per questo nel momento in cui quello che era il mio avvocato da cinque anni, Riccardo Corsini (ora indagato solo per truffa ndr), e una persona che conosco da quarant’anni, Roberto Cascavilla (anche lui indagato per il medesimo reato ndr), mi prospettarono la possibilità di avere un finanziamento molto vantaggioso fino a mezzo milione di euro accettai». Il nome di Bruno Lenzi, 84 anni, ex commissario dell’Autorità portuale, torna in un’inchiesta giudiziaria a distanza di dodici anni. Ma stavolta invece di esserne uno dei protagonisti (ha patteggiato per la vicenda della Porto 2000) è nella lista delle presunte ventotto vittime della “banda delle ville”, un sistema che avrebbe permesso – almeno secondo la finanza – di far sparire un milione di euro in quattro anni.

Lenzi partiamo dall’inizio come è stato avvicinato?

«Il mio avvocato e Cascavilla sapevano della mia necessità e mi fecero capire che attraverso questo finanziamento molto vantaggioso avrei risolto tutti i miei problemi e avrei potuto ricomprare il mio appartamento».

Non ha pensato che fosse troppo vantaggiose quelle condizioni?

«La proposta arriva da persone che ritenevo amici, mi sono fidato. Era il settembre del 2017 e mi garantivano che a dicembre avrei avuto i soldi».

E poi?

«Il tempo passava e i soldi non arrivavano. Ecco perché dopo un anno e mezzo di attesa sbottai e mandai tutti a quel paese».

Per quell’operazione lei – secondo la finanza – ha versato soldi e opere d’arte. È così?

«Per la precisione feci prima un vaglia postale a Calderini (considerato la mente dell’organizzazione) del valore di 24.600 euro il 18 settembre del 2017 e poi sette quadri di mia moglie, perché io non ho più nulla ormai».

Che quadri erano?

«Me li dovevano vendere perché io non ci riuscivo per farmi avere dei soldi e pagare il commercialista che doveva aprire la pratica per il finanziamento. C’erano alcuni quadri di Andrea Razzauti, Giorgio Madiai e Giorgio Celiberti, un pittore internazionale di origini venete».

Quando si accorse che dietro a quella promessa c’era qualcosa che non tornava, così come sostengono gli inquirenti?

«Dopo i pretesti fasulli che mi raccontavano cominciai ad avere dei sospetti. Mi facevano cercare le case invece mi prendevano per le mele: mi diceva che non ero solvibile, ma lo sapevano. Poi mi dissero di fare una società, raccontandomi poi che non serviva a nulla . Allora ho capito che si trattava di un imbroglio. Hanno giocato sulla buona fede e sull’amicizia, invece hanno determinato la mia rovina. Ero disperato altrimenti non avrei dato i soldi a uno che nemmeno conoscevo (Calderini) e a Doveri. Addirittura mi disse che il finanziatore era di Dubai e aveva un giro di affari di 300 milioni di euro al mese». —



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