Gioco
Fa paura la crisi di liquidità però gli imprenditori non alzano bandiera bianca
LIVORNO
La “febbre” delle piccole imprese è sempre più alta. Il coronavirus non causa solo gravi sintomi respiratori, guai polmonari e perdita di gusto e olfatto: le aziende vengono contagiate dal “mal di liquidità”, pochi quattrini in cassa se non zero per i mancati incassi da inattività forzata, ed ecco che dietro l’angolo c’è l’incubo di come far fronte alle incombenze. Al tempo stesso, c’è però anche un segnale straordinario e inatteso in mezzo a tante catastrofi e tanto catastrofismo: sono pochissimi gli imprenditori intenzionati ad arrendersi.
Lo mette nero su bianco il secondo round dell’indagine della Camera di Commercio fra oltre 200 aziende nel territorio di competenza dell’ente camerale, cioè le province di Livorno e Grosseto: quasi il 91 % delle quali fino a cinque addetti, poco meno del 69% con un fatturato al di sotto dei 350mila euro (ma il 21% nello scaglione da 350mila a 2 milioni).
Occhi puntati sulle reazioni nel pieno della “fase 1” (con il primo test nell’ultima parte di marzo e il secondo nella prima metà di aprile). Forse adesso, con le riaperture post-quarantena, si potrebbe immaginare una ulteriore svolta: riuscire a fare i conti con le responsabilità in caso di eventuali contenziosi civili se il contagio dovesse ripartire. Come dice una delle voci ascoltate in questi giorni dal fronte delle aziende: noi imprenditori sappiamo come cavarcela di fronte agli alti e bassi del mercato o come fronteggiare le alterne fortune nel gusto della clientela, semmai ci fa paura una incognita indecifrabile come la lotta contro il rischio contagio. Ma questa è un’altra storia...
Nel giro di neanche due settimane la percezione dei guai relativi alla liquidità – ai soldi disponibili in cassa, insomma - diventa l’ossessione numero uno degli imprenditori, e più piccoli sono più si sente. Nel check della Camera di Commercio questo tipo di problema schizza come prima preoccupazione dal 53,7% al 64,3%. Tanto quasi da inghiottire tutto il resto, come dice l’équipe del centro studi Cciaa: «Tutte le altre criticità hanno pertanto perso d’importanza di fronte alla mancanza totale o parziale di flussi di cassa in entrata».
Si capisce che l’affanno sarà di lunga durata: le paure per «il drastico calo della domanda» scendono di oltre sette punti (da 24,9% a 17,4%), così come i timori per gli effetti sull’occupazione (da 7,6% a meno del 3%). Ma, come detto, anche in questa condizione di lockdown lo scenario di una «crisi irreversibile con chiusura dell’attività» è indicato dall’1,9% degli interpellati. Che è un po’ di più dell’1,5% precedente, ma stiamo parlando pur sempre di neanche un imprenditore su cinquanta.
Come seconda eventualità questo scenario da ko definitivo era stato indicato dal 7,2% degli imprenditori e ora si scende al 2,6%: qui suona una scossa d’orgoglio. Vedi alla voce: non sappiamo come, ma ce la faremo. Il team dei ricercatori lo legge come «una seppur lieve ritrovata fiducia, forse derivante dalle nuove misure introdotte a supporto delle imprese col “decreto liquidità”».
Ma, anche quando mettono nero su bianco il proprio secondo problema più grave, le aziende guardano a qualcosa che le assilla ma con l’idea di restare in qualche modo in piedi anche domani e dopodomani: ecco che in questo campo s’impenna il «drastico calo della domanda» (valeva per il 21,4% degli interpellati, ora sono dieci punti in più).
Ecco che si spiega così, nella ricerca del modo di non alzare bandiera bianca, la risposta quando lo staff di ricerca chiede quali sono le esigenze. E’ in seconda battuta che arriva la richiesta di aiuti, ma come “seconda esigenza”: il contributi per il pagamento di costi fissi (aumenta di quasi due punti e mezzo), la sospensione del pagamento di mutui e finanziamenti (idem). Ma prima di tutto in testa a ogni priorità ci sono le «misure per migliorare l’accesso al credito e incrementare la liquidità» (che dal 23,7% balzano al 34,7%). —
M.Z.
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