Il Tirreno

Livorno

la festa della patrona 

Il vescovo: quei martiri come santa Giulia

Mauro zucchelli

Nella liturgia a Montenero Giusti ricorda «le stragi di cristiani ammazzati per non aver voluto rinnegare la propria fede»

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«Con prudenza e con capacità di adattamento, ma bisogna continuare». Il vescovo Simone Giusti apre con queste parole la messa solenne nel nome di santa Giulia sul sagrato del santuario di Montenero: nell’era del coronavirus la liturgia dedicata alla patrona diventa una ripartenza anticipata prima della messa di domani, quando con tutte le cautele ricomincerà la vita ecclesiale.

La predica il vescovo la riserva alle “sante Giulie di oggi”: stiamo parlando di una ragazza nordafricana martirizzata perché non ha voluto rinnegare la propria fede cristiana. Giusti lo fa ripercorrendo figure del misticismo occidentale medioevale come Hildegard von Bingen e Caterina da Siena (ma citando anche passi di Gertrude di Hefta), oltre all’ex nobile diventato esploratore-frate di fine Ottocento come Charles de Foucauld, finito fra i tuareg del deserto. Soprattutto però richiama sotto i riflettori il susseguirsi di «stragi di cristiani nell’indifferenza generale» in cento luoghi «dall’Iraq all’Indonesia, dalla Nigeria al Congo, e ancora in Turchia, in Pakistan e in Siria, solo per citarne alcuni». Lo traduce così: «L’esperienza di Dio dev’essere talmente forte e straordinaria se preferisci farti sgozzare piuttosto che salvarti semplicemente “cambiando” fede religiosa».

Per la comunità ecclesiale – in 24mila partecipano alle messe domenicali – è un nuovo inizio. Nel segno dell’Apocalisse, la prima lettura biblica ieri a Livorno (al di fuori delle lezionario liturgico): la «visione della Città del Cielo in cui le persone vivono con Dio», dirà poi il vescovo insistendo sulla “concretezza” dell’atto di “vedere” con gli occhi della fede.

Certo, i posti erano distanziati con gli adesivi e indicavano una sedia ogni tre, la celebrazione era organizzata in modo che la partecipazione fosse limitata al clero insieme ai rappresentanti di istituzioni e volontariato: al contrario del solito, con la chiusura delle parrocchie per concentrare la partecipazione nella celebrazione in duomo con il successivo corteo di figuranti, religiosi e fedeli, stavolta si è decentrata quanto possibile la folla moltiplicando i riti a livello di quartiere (e la processione con le reliquie è stata solo simbolica la sera della vigilia mediante giro nei Fossi). Non solo: i sacerdoti hanno sanificato le mani prima dei riti di comunione, non c’è stata la stretta di mano come segno di pace, l’ostia della comunione è stata consegnata nella mano, non c’è stata la questua al momento dell’offertorio, i fedeli e i concelebranti avevano la mascherina.

Nella preghiera finale, davanti al reliquiario della santa patrona, il vescovo Giusti ha invocato l’intercessione in difesa delle persone dalla minaccia del virus attraverso anche l’intelligenza, l’impegno e l’umanità di chi assiste i malati e di chi cerca come curarli. Ma sulla scia di papa Francesco ha anche richiamato l’esigenza di una “ecologia globale”: ora – è l’argomentare di Giusti – dobbiamo imparare la lezione.

Al termine della messa serale trasmessa da Granducato tv, il vescovo ha dato la parola al sindaco Luca Salvetti: «Questa pandemia ci ha dato una certezza: Livornbo è una comunità solidale. Ora – ecco le sue parole – abbiamo di fronte un periodo ancor più difficile: la ripartenza senza creare guai e con meno soldi. Ci sarà da governare una tensione forte che inevitabilmente si avverte». –

Mauro zucchelli

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