Il Tirreno

Livorno

 

Si è spento a 80 anni l’imprenditore portuale Ugo Grifoni

Si è spento a 80 anni l’imprenditore portuale Ugo Grifoni

Una vita in tandem con Enio Lorenzini, la passione per il lavoro e per il mare. Il ricordo: «Mai una parola di troppo, il socio che qualunque imprenditore vorrebbe avere»

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LIVORNO. Avrebbe compiuto ottant’anni fra pochi mesi, in autunno: l’imprenditore Ugo Grifoni aveva appena superato un intervento chirurgico e i familiari avevano pensato che niente gli avrebbe regalato un sorriso quanto arrivare nella “sua” Montenero e da lassù guardare le navi in rada nel “suo” mare. All’improvviso, le complicanze: e adesso la comunità del porto piange uno dei suoi esponenti più rilevanti.

L’avventura imprenditoriale di Ugo Grifoni è stata vissuta in tandem con Enio Lorenzini nella società che prende la denominazione dal cognome di quest’ultimo: «Mai una parola di troppo, il socio che qualunque imprenditore vorrebbe avere», dice Lorenzini, che è solo ha condiviso con Grifoni la società ma era anche vicino di casa sulla collina a sud della città. «In una ventina di giorni – aggiunge – ho perso mio fratello Rossano e ora Ugo, praticamente un altro fratello».

Loro due lavoravano insieme nell’impresa Sgarallino: con Carlo Scotto si mettono in proprio, poi con Scotto le strade si dividono. Come raccontano dal quartier generale dell’azienda, la società si è poi allargata e, dal “fazzoletto” di mille metri quadri negli anni iniziali, adesso che si stava per festeggiare il 40° dell’attività l’area di riferimento è quasi cento volte tanto, è alleata con il colosso mondiale Msc e può contare sulla gru smovente più alta fra gli scali mediterranei e su una ferrovia interna. Lascia la moglie Rita e i figli Michela, Averardo e Daniele. Quanti gli hanno voluto bene gli daranno l’ultimo abbraccio nella cappella mortuaria dell’ospedale, poi la bara sarà trasportata ai Lupi per la cremazione. Gli altri lo decanteranno come imprenditore, ma «per noi figli – dice Averardo – è stato il padre che ci ha insegnato a vivere: è riuscito a trasmetterci la passione per il lavoro. Quel “come va” era prima di tutto dedicato a come va il lavoro».

Mentre gli amici lo descrivono come un «socialista convinto», il figlio Averardo ricorda con affetto «l’unico scappellotto che ho preso quando mi incaponii nel prendere una macchina fotografica che poi cadendo si spaccò» e ne rievoca la «capacità di parlare con lo sguardo, non gli serviva alzare la voce». La sorella Michela ne richiama «la gran passione non solo per la caccia ma soprattutto per il mare, come l’elemento del lavoro ma anche come lo spazio sconfinato in cui si sentiva felice». Del resto, - aggiunge lei - «era una persona che non aveva rancori, sapeva mettersi in relazione con gli altri». È un aspetto sul quale insiste anche il genero Marco Bartolini: «E’ sempre stato un altruista, si faceva in quattro per gli altri». —
 

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