Il Tirreno

Livorno

Viaggio nel mondo sotterraneo dell’antico Acquedotto leopoldino

Roberto Riu
Viaggio nel mondo sotterraneo dell’antico Acquedotto leopoldino

La speleologa Barbara Bottacchiari e la sua ricerca sulla parte nascosta della storica struttura

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LIVORNO. L’ottocentesco Acquedotto leopoldino ha nel Cisternino di Città e nel Cisternone (o Gran Conserva) i suoi elementi terminali e soprattutto quelli di maggiore rilievo sul piano architettonico nel panorama cittadino: in particolare il Cisternone con la sua marcata impronta neoclassica in cui spiccano il porticato con otto colonne di ordine tuscanico e l’inconfondibile semicupola a cassettoni che costituisce la componente visivamente più decisiva dell’intero complesso.

Ma dell’Acquedotto leopoldino esiste anche tutta la parte meno visibile e sotterranea che costituisce anch’essa un argomento di grande interesse, ma scarsamente conosciuto: a guidarci nell’esplorazione proprio dentro l’antico acquedotto livornese è la speleologa Barbara Bottacchiari che sul tema aveva preparato una conferenza per l’associazione culturale "Giosuè Borsi" purtroppo annullata con il lockdown per il Coronavirus: «L’acquedotto leopoldino - spiega Barbara Bottacchiari - si snoda per diciotto chilometri di cui due terzi si sviluppano in sotterraneo; il tracciato, infatti, è un alternarsi di trafori semi-ipogei, a tratti in superficie. Vi troviamo cunicoli a passo d’uomo entro i quali l’acqua scorreva entro una profonda canalina, a tratti in "cassetta". Ovvero l’acqua scorreva a pelo libero entro una canalina coperta protetta da una cassaforma».

L’esplorazione dei sotterranei è ancora allo stato embrionale, ma è già possibile mostrare cosa custodiscono: «Tutti i trafori - continua - sono comodi cunicoli a passo d’uomo, perfettamente foderati di roccia e malta sino all’innesto della volta costituita da mattoni. Uno strato di intonaco ricopre tutta la parte bassa dei condotti. Talora però la spinta delle masse rocciose sovrastanti ha fatto collassare i condotti».Fra le curiosità individuabili percorrendo i tratti sotterranei spiccano i graffiti tracciati a carboncino sugli intonaci dai custodi dell’acquedotto: «Certe volte si ritrovano delle vere e proprie insegne vergate sull’intonaco fresco come fossero il racconto di un diario».Dal punto di vista naturalistico all’interno dell’acquedotto è rinvenibile una specie endemica costituita da un particolare insetto ortottero ovvero il "Dolichopoda schiavazzii", simile ad un grillo e dotato di lunghe zampe come quelle di un ragno: tipico delle cavità naturali ed artificiali l’insetto è dedicato al naturalista Giuseppe Schiavazzi di origine piemontese, ma lungamente vissuto a Livorno dove, oltre all’insegnamento, si è distinto come tassidermista, entomologo (notevole la sua collezione di insetti tuttora conservata al Museo di storia naturale del Mediterraneo) e come sismologo avendo realizzato un osservatorio geodinamico, prima nel sotterraneo del negozio di valigeria ed ombrelli di suo padre (in via Vittorio Emanuele 67, ora via Grande) e nel dopoguerra sugli Scali del Vescovado con strumenti di rilevazione dei terremoti provenienti dall’Osservatorio Ximeniano di Firenze funzionante sino ai primi anni ’90 (quegli strumenti, unici al mondo, sono stati restaurati nel 2012).

Lungo il tracciato dell’acquedotto si trovano dei pozzi dalla sezione circolare, più raramente quadrata, mentre un’altra curiosità è rappresentata dalle colate di calcite di vario colore (grigio, rosato, etc.) provocate dall’infiltrazione di acqua piovana lungo le pareti interne. Non va poi trascurato l’aspetto monumentale di alcuni tratti dell’acquedotto: «Specialmente nella zona delle colline livornesi, lungo le Parrane, il tracciato supera ampie vallate mediante arcate di notevole altezza alla maniera de

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