Gioco
Droga, otto arresti all’Elba Coinvolto avvocato livornese
LIVORNO
La scintilla è partita tre anni fa, quando un cittadino algerino fu fermato mentre spacciava droga all’Elba. Per oltre un anno e mezzo i carabinieri hanno lavorato per ricostruire le tessere del mosaico. Ieri è arrivato il momento di raccogliere quanto seminato: i militari hanno eseguito otto provvedimenti cautelari ad altrettante persone (una di queste è in carcere, gli altri sette ai domiciliari con l’accusa di detenzione e traffico illecito in concorso), dopo aver sequestrato più di mezzo chilo di cocaina e alcune dosi di marijuana.
È il bilancio dell’operazione “Delfino algerino”, con cui i carabinieri di Portoferraio, coordinati dal pm Massimo Mannucci, confidano di aver smantellato una fitta rete di spaccio che approvvigionava di droga l’Elba. Tra le persone indagate, ai domiciliari, anche un avvocato di Capoliveri, iscritto al Foro di Roma e con studio a Livorno, Francesco Mancini, 46 anni. È accusato di traffico illecito di droga con il suo collaboratore albanese Aurel Zhupa, 43 anni, ieri mattina èstato trasferito alle Sughere, dopo essere stato prelevato dalla sua abitazione di Pisa (fino a poco tempo fa viveva a Livorno). Altri sei indagati sono ai domiciliari: si tratta dei fratelli elbani Marco e Andrea Coppola, di 42 e 32 anni, del 27enne Emanuele Maniaci rintracciato a Terrasini, nel Palermitano, del 36enne Issam Belemaalem e del 33enne Mohamed Oueslati, entrambi domiciliati a Campo nell’Elba, e del 46enne Benyoucef Bouabdallah, individuato e tratto in arresto a Castel Volturno, in provincia di Caserta.
Duecento episodi di spaccio di cocaina. In particolare è emerso che il gruppo si approvvigionava da un cittadino albanese, che all’epoca viveva a Livorno. L’indagine si è sviluppata per un anno e mezzo attraverso pedinamenti, servizi di osservazione e anche con l’utilizzo di strumentazioni tecniche. Il volume di affari attribuito alla rete di spaccio dai militari elbani ammonterebbe a diverse decine di migliaia di euro. La ricostruzione dei carabinieri è affidata in parte a una corposa serie di intercettazioni. Secondo i militari i pusher prendevano appuntamento con i loro clienti utilizzando un linguaggio criptico. La droga diventava “caffè”, “birra”, “istanze”, “atti”, mentre il luogo dello spaccio diventava “l’ufficio”. Tutto questo per eludere eventuali ascoltatori sul contenuto reale della conversazione. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
