Gioco
Il vescovo di Livorno: assurdi i divieti e la paura, l’unica via d’uscita è responsabilizzare
Toni aspri contro proibizioni che «hanno raggiunto il ridicolo: siate consapevoli che il nemico è il virus, non le persone»
LIVORNO. Macché «continui, assillanti divieti e sanzioni»: anziché su coercizione e castighi bisogna puntare su responsabilizzazione e consapevolezza, cioè «scelte personali frutto di consapevole educazione sanitaria». Non la manda a dire il vescovo Simone Giusti nel testo (ufficioso) dell’omelia del Primo Maggio che nella serata di ieri è stato anticipato sul giornale on-line della diocesi.
E se già nei giorni scorsi il presule non aveva risparmiato le critiche sulla mancata autorizzazione a celebrare messa in pubblico, adesso torna all’attacco con un sovrappiù di asprezza: «Ultimamente le proibizioni nella loro confusione, contraddizione e indeterminatezza, hanno raggiunto le soglie del ridicolo», il riferimento è esplicitamente all’ultimo decreto del premier Conte. Diversamente da quanto fa il governo, sarebbe necessaria «la pazienza del dialogo con tutte le parti sociali e civili per renderle autonomamente volenterose e capaci di darsi regole vincenti il contagio». Ce n’è anche per i comitati degli esperti: «Dicano cosa è necessario fare per evitare il contagio ma poi lascino alle singole parti sociali e civili, di darsi le proprie cogenti regole: non s’ha a che fare con monelli indisciplinati ma con cittadini della Repubblica che hanno diritto a essere trattati come tali». E poi la stilettata: «Se all’ospedale di Codogno non avessero avuto regole idiote da rispettare per fare i tamponi Covid (solo sospetti provenienti dalla Cina), avrebbero scoperto molto prima il paziente uno, evitando il contagio del personale sanitario e dei malati la ricoverati».
Giusti esorta a smetterla di guardare al Covid 19 come «un mostro biologico»: lo fa chiamando in causa il presidente della Società italiana terapia antinfettiva, Matteo Bassetti, facendo sue le parole di questo esperto quando dice che, riferisce Giusti, «c’è stata tanta paura, forse troppa, e poco coraggio».
Il vescovo non è d’accordo con chi sostiene che «le autorità debbono guidare “il popolo” col pugno di ferro delle costrizioni e, per tenerlo a bada a dovere, continuare a tenere altissima la tensione psicologica». Meglio – sottolinea - «una crescente responsabilizzazione dei cittadini, otterrebbe migliori e più efficaci risultati: la paura ci porta a trasformare l’altro in un potenziale nemico ma l’altro non è il nemico, lo è il virus». E poi: «Dobbiamo difenderci dal virus non dalle altre persone». E ancora: gli atteggiamenti coercitivi «non hanno prodotto risultati apprezzabili neppure nella lotta alla droga: vogliamo riproporli ancora?».
Monsignor Giusti, ribadita l’umanità straordinaria del lavoro di medici, infermieri e preti in questo periodo, mette l’accento anche sui motivi di speranza nelle cure alle quali si sta lavorando: come quella al plasma a Pavia e a Mantova. Ma, su questo fronte, «anche da Livorno arrivano buone notizie»: con la terapia anticoagulante a base di eparina nata «grazie all’intuizione di un medico Livornese e di uno pisano (il dottor Mascitelli e il prof. Petrini) e dall’ospedale di Livorno «è partita anche la sperimentazione di una cura oncologica capace di vincere gli effetti collaterali».
Dal presule arriva l’invito alle autorità a contare sulla responsabilizzazione dei cittadini: «L’epidemia sta trasformando le nostre vite ma perché non approfittare di questo tempo di crisi per provare a cercare il senso in ogni cosa?». E qui lancia l’accenno alla neurobiologia vegetale: «Le piante sono intelligentissime, capaci di modificarsi, trasformarsi a ogni ostacolo, sempre orientate verso la sopravvivenza. Dobbiamo provare a mettere in moto questo tipo d’intelligenza creativa».
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