Il Tirreno

Livorno

Il vescovo: decreto assurdo, vogliamo celebrare le messe

Il vescovo: decreto assurdo, vogliamo celebrare le messe

La Conferenza episcopale spara a zero: qui si mette in gioco la libertà religiosa Giusti: paradossale l’ok al rito solo se funebre ma non dentro le nostre grandi chiese 

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LIVORNO. La Chiesa l’ha presa proprio male la decisione del premier Conte di fermare ancora la celebrazione delle messe domenicali in parrocchia. Il mugugno emerge anche in sede locale con l’intervento del vescovo Simone Giusti sul giornale on-line della diocesi: se a livello centrale la conferenza episcopale va a un passo da sfidare il governo, Giusti insiste sull’incongruenza delle scelte fatte adesso.

«Perché sì alla messa per un funerale e no alla messa quotidiana o domenicale?», dicono dal quartier generale della curia. Niente da eccepire da parte del vescovo sul fatto che in questa fase di emergenza sanitaria il numero di fedeli debba essere contingentato, che sia prescritto l’uso di mascherine e guanti, che vi sia l’obbligo di distanziamento, così come è comprensibile che fosse vietata ogni celebrazione pubblica in marzo e aprile con il rischio contagio a gonfie vele, ma – questo l’argomentare – se siamo nella fase 2 è incomprensibile come mai la messa sia autorizzata se è per un funerale e non lo sia se è il rito domenicale normale. Non potrebbe essere più sferzante l’attacco: «Non si capisce la logica che ha guidato il governo a varare misure incomprensibili e perniciose per le libertà individuali e collettive: il cristiano è un cittadino della Repubblica come gli altri, con gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti».

A giudizio di Giusti, il paradosso non sta solo nel fatto che la messa funebre sì e quella domenicale no ma anche, benché l’ultimo decreto suggerisca di celebrarli all’aperto, che autorizzare che si affollino 15 persone in chiesette piccole all’interno dei vari cimiteri (Lupi, Misericordia, Purificazione o Montenero) è assurdo quanto vietare che stiano in edifici grandi come la chiesa dei Salesiani. «Siamo davanti al teatro dell’assurdo e ci sarebbe solo da ridere se non fosse che sono posizioni ufficiali del governo della Repubblica Italiana».

Era stato estremamente duro, con toni che neanche nell’era Ruini erano mai stati toccati, l’intervento della Conferenza episcopale poche ore dopo il decreto. In sostanza, era stato richiamato alla premier e al comitato tecnico-scientifico «il dovere di distinguere tra la loro responsabilità (dare indicazioni precise di carattere sanitario) e quella della Chiesa»: è quest’ultima che rivendica a sé la potestà (e la libertà) di «organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte ma nella pienezza della propria autonomia». E se non fosse chiaro, si ribadisce che «i vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto».

Giusti scansa in extremis la tentazione di contestare il governo, se la prende allora con «alcuni cosiddetti esperti»: accusati di «una tale ignoranza» da essersi lasciati guidare nel formulare queste norme solo dall’emozione riguardante il commiato del congiunto». La Cei parla di violazione della libertà religiosa garantita della Costituzione: non si capisce – viene sottolineato – che l’aspetto sacramentale, dunque la partecipazione diretta e concreta al culto, non è un optional nella visione cattolica della religione. 


 

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