Il Tirreno

Livorno

I dimenticati del lager e l’ufficiale livornese che non si piegò né a Hitler né al Duce

Mauro zucchelli
Le mani di Giorgio Allori sul suo "quaderno azzurro" (Foto Laura Lezza)
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Le mani di Giorgio Allori sul suo "quaderno azzurro" (Foto Laura Lezza)

Giorgio Allori, 98 anni, catturato dai nazisti dopo l’8 settembre ’43 prigioniero di guerra non riconosciuto dai nazisti e poi dallo Stato 

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LIVORNO. L’esperienza dei lavori forzati è una girandola di lager e campi di internamento: Torun, poi Czestochowa, quindi Przemysl e Norimberga, dunque Altengrabow, infine Berlino. L’importante, forse, era solo farli sentire completamente in balìa altrui. Alla fine, per Giorgio Allori è arrivato il giorno del ritorno dall’abisso. Sopravvissuto: con il ritorno a casa che è un grappolo d’uva visto dal treno al Brennero. Ma soprattutto, al rientro a Livorno dopo la prigionia, il senso di libertà di potersene andare dalla famiglia ancora sfollata a Chianni, 50 chilometri in bici col babbo.

I dimenticati del lager

Baci, abbracci e libertà. Non immaginatevelo però come la marcia trionfale dell’Aida. Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi, ma fortunati quelli che sanno riconoscerli: e dopo la Liberazione i militari che avevano detto no al regime non erano fra quelli della narrazione egemone. Come se la loro prigionia non avesse da esser raccontata.

Ecco che Allori, livornese, ex studente del liceo scientifico e poi all’Accademia militare di Modena, dopo esser rimasto zitto quasi anche in famiglia, a 98 anni ha tirato fuori dal cassetto e ha raccontato sull’Espresso, nella storia di copertina firmata dal direttore Marco Damilano, il suo quaderno azzurro di prigioniero di guerra. Mai riconosciuto tale, perché nazisti e repubblichini avevano inventato la categoria di “internati militari” per escludere lui e quelli come lui dalle tutele che ha la condizione di “prigioniero di guerra”. Per almeno vent’anni l’ha fatto anche lo Stato italiano repubblicano nato (anche) dal loro no: erano solo soldati e avevano fatto la loro parte. Internati militari come il padre di Francesco Guccini (Ferruccio) e quello di Vasco Rossi (Carlino). Proprio il rocker ha postato su Instagram il video di Damilano che ne parla a “Propaganda Live”: il Blasco, commosso e orgoglioso, rievoca il babbo camionista che, preso prigioniero all'Elba, non si era piegato ai nazisti e ora avrà la medaglia d'onore.

Gli internati militari (Imi)

Quelli come Allori e come Guccini senior e Rossi babbo erano quasi 650mila militari italiani che avevano rifiutato di continuare la guerra dalla parte di Hitler e Mussolini: anche se significava prigionia anziché prebende. È una folla di esistenze anche livornesi. Lo dice l’ “anagrafe” degli internati militari italiani (Imi) nei lager nazisti: Amerigo Rossi (1918), caporale d'artigliera rientrato il 27 giugno ’45; Gino Morelli (1918), 115° Squadriglia, catturato sul fronte albanese nella disfatta dell’8 settembre ’43 e internato a Dora-Nordhausen; il marò Emilio Lenzi (1914), sepolto a Francoforte così come Mario Neri (1920), sergente maggiore del Genio, solo per citarne alcuni. Nel bollettino del “Notiziario prigionieri” si contano più di cento nomi di livornesi.

Questi uomini con le “stellette” risultarono la parte numericamente più rilevante di quanti dissero no al regime. Ovviamente il nucleo centrale dal punto di vista politico fu quella minoranza di combattenti partigiani, in buona parte organizzati in clandestinità sotto le bandiere rosse comuniste (anche se non mancarono robuste presenze di partigiani azionisti, socialisti, cattolici, repubblicani e perfino monarchici), ma la storiografia recente mostra sempre più attenzione alla “Resistenza silenziosa”, a tutto quella galassia di opposizione diffusa fatta di piccoli gesti quotidiani che facevano grippare gli ingranaggi della macchina del consenso che anche solo pochi anni prima, con la guerra d’Abissinia, sembrò arrivare ai massimi livelli.

Quel ’22 di sangue a livorno

Giorgio Allori era venuto al mondo dalle parti di piazza Magenta nelle stesse settimane in cui a Livorno muore il prof poeta Giovanni Marradi (e nasce il regista Luigi Squarzina), di lì a poco i fascisti avrebbero chiamato a raccolta gli squadristi toscani per dare l’assalto al Comune “rosso”, dopo aver assassinato l’anarchico Filippo Filippetti, il consigliere comunista Pietro Gigli e il fratello Pilade, l’assessore socialista Luigi Gemignani (e devastato la Camera del lavoro e le sezioni socialiste di Antignano e Montenero).

Classe 1922, Allori spegne le candeline sulla torta di compleanno il 4 febbraio, nello stesso giorno di un patriota-giornalista come Cesare Battisti e di un artista come Fernard Léger. Sarà militare di carrierà ma giornalismo e arte sono i due poli entro i quali si muove l’orizzonte della sua vita livornese, che poi si sposterà in Coteto, in una zona allora di quasi-campagna. Una famiglia della borghesia livornese, non opulenta ma abbastanza agiata da far costruire una palazzina che diventerà poi un centro medico: il padre Giulio lavora alla Banca Commerciale di via Cairoli, nella “City” delle sedi finanziarie, ma il suo cuore batte per la pittura ed è grande amico di Giovanni March («March dorme sugli Allori», dicevano gli amici con un gioco di parole per dire che lo potevi trovare sempre a pranzo e a cena dall’amico Giulio). Lo zio Carlo Guerrieri era avvocato e giornalista, per un breve periodo reggendo le sorti del nostro giornale: «Figurarsi – dicono i familiari – che il nonno ci raccontava spesso di quando da ragazzino andava nella stanza dello zio direttore per consultare l’enciclopedia».

Quando lo Stato collassa

I tedeschi lo catturano nello sbandamento dell’8 settembre ’43 con i Savoia in fuga e lo Stato che collassa. Lui racconta com’era il pressing dei nazisti per spingerli a piantarla con quest’idea inutile di non mettersi dalla parte dei fascisti: a chi aveva fatto quel salto veniva dato il rancio dei soldati tedeschi. Un po’ di bastone e un po’ di carota («quando diminuivano le razioni dicevamo fra noi: vedrai, ora verrà qualcuno a farci qualche proposta, e infatti regolarmente arrivava»). In quel nulla di soprusi e lavori forzati, per evitare di dar di matto ci vuole una bussola. Anzi, due. L’una è la fedeltà alla propria scelta, consacrandola con un rito di passaggio: Allori e il suo gruppo erano stati presi all’Accademia militare prima di fare formale giuramento, chiedono al più alto in grado di farlo lì dentro, davanti a un tricolore che mettono insieme ricomponendone sul tavolo i tanti brandelli. L’altra è un guizzo un po’ folle: sognare il futuro con le ricette di pranzi da cucinare o i ristoranti da visitare, una volta usciti da quel buco, e con meticolose apparecchiature per metterci sopra fosse pure solo una fettina di pane.

Dovreste vederlo adesso, Giorgio Allori: la carriera militare l’ha portato in tante città differenti fino a metter radici sul lago di Bracciano. Ma sempre tenendo fisso l’appuntamento estivo con Livorno («ai bagni Lido da sempre»). Un paio d’anni fa era andato al mare a fare un lungo bagno sul Romito i familiari livornesi, compresa la nipote fotografa Laura Lezza, autrice della foto sopra il titolo e del fotoreportage per l’Espresso. Del resto, sulla sua pagina Facebook c’è uno scatto del 2016 con lui che scavalca una staccionata sul passo di Monte Giovo in val Passiria oltre quota 2mila.

Il messaggio in bottiglia

Ma forse l’aspetto più bello di questa storia è un fotogramma fatto di niente, quasi un inciso: quando si accorge che i tedeschi li faranno sparire chissà dove, non c’è né Facebook né Whatsapp per avvertire la famiglia e Giorgio Allori può solo scrivere sul retro di un foglietto della mensa l’indirizzo della sua famiglia, in una città a 200 chilometri da lì, al di là dell’Appennino. Un messaggio in bottiglia: inutile e assurdo, se non fosse che la mano pietosa di chissà chi lo raccoglie e si premura di avvertire i genitori di Allori. Però l’Italia della guerra è un moltiplicarsi di piccoli gesti di qualcuno che prende in carico le sorti di qualcun altro che nemmeno conosce (e, semmai, ne usciranno solo grane e guai).

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di Redazione web