Il Tirreno

Livorno

Dirette social, tricolori e canti dalla finestra La gente si riappropria della Liberazione

Mauro Zucchelli

Sorpresa: mai così partecipata la festa della conquista della libertà come nell’emergenza sanitaria che ci rinchiude tutti in casa 

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Rinchusi come siamo dentro le nostre case, rischiavamo di vedere l’anniversario della Liberazione precipitare giù nel livello di attenzione: non più neanche stanco rito abitudinario, giù nel dimenticatoio, in mezzo agli amarcord d’un tempo così lontano da sembrare tutt’al più roba da libro di storia. Lontana, ammuffita, inutile. Invece ecco che all’improvviso salta fuori un’onda inaspettata di “Bella ciao” a tutte le latitudini del mappamondo, in tutte le lingue compreso il giapponese e l’indiano, con tutti gli arrangiamenti e gli strumenti musicali che la fantasia potesse suggerire.

Tutte cose rimbalzate sui social o anche solo dalle finestre: come la “cantata” di Pardo Fornaciari, anima del Coro Garibaldi d’Assalto e punto di riferimento della sinistra radicale; come Urban Vietcong che pubblica la foto dei partigiani che entrano a Livorno nel luglio ’44 (e in primo piano c’è un giovanissimo Mario Lenzi, che diventerà poi il direttore del nostro giornale e del nostro gruppo editoriale). Non basta: mai come stavolta il tricolore è stato esposto da chissà quante finestre, da chissà quanti balconi (qualche volta invece la bandiera rossa comunista o il vessillo arcobaleno dei pacifisti). Con una conseguenza: proprio le difficoltà di celebrarla pubblicamente hanno fatto uscire il ricordo della Liberazione – tre quarti di secolo fa, con i partigiani ultranovantenni ridotti al lumicino per ragioni anagrafiche – dal recinto della retorica e l’hanno fatto quest’anno ridiventare patrimonio dell’immaginario collettivo.

la memoria delegata

Per Gino Niccolai, presidente provinciale dell’Associazione partigiani (Anpi), è accaduta una cosa semplice semplice: «Finora il ricordo della Liberazione era qualcosa che veniva delegata a qualcun altro, ci pensasse l’Anpi o il Comune o chissà chi. L’emergenza coronavirus ha costretto tutti a mettersi in gioco e fare un salto. Ciascuno si è detto: o faccio qualcosa io o tutta questa eredità finisce nel nulla».

Un sussulto di novità si era avuto, negli ultimi anni, soprattutto sul versante della sinistra più radicale: allacciando i rapporti con alcuni vecchi partigiani e contando sulle indicazioni di Giuliano Ciaponi da 7 anni si era messa in piedi, ad opera del Centro Politico 1921, il trekking sulle orme dei partigiani nelle “grotte dei banditi” al Castellaccio. Stavolta non è stato possibile.

Il partigiano Beppe

«È importante che la gente si sia sentita coinvolta, abbia sentito la necessità di fare qualcosa», dice Beppe Fusario, 95 anni da compiere a luglio, uno che la Resistenza l’ha fatta davvero. Anzi, dopo la liberazione di Livorno, ha continuato a imbracciare il fucile «per andare in soccorso ai fratelli del Nord Italia». «I cittadini hanno sentito l’esigenza di festeggiare, e questo significa che la Liberazione l’hanno vista come qualcosa di proprio anziché una routine stanca: le cose riescono quando ci si mette il cuore, forse la paura del virus l’ha fatto riscoprire».

«E’ vero, c’è stato un cambio di atteggiamento: l’abbiamo visto tutti», dice Fornaciari: «Alla fine della giornata sono andato a letto sfinito perché per ore e ore mi sono occupato di canti partigiani, di gestione di collegamenti, di interventi e riconnessioni su una infinità di piattaforme e eventi social che hanno coinvolto il Coro Garibaldi d’Assalto in tante realtà nate un po’ ovunque in Italia. E’ stata una esperienza unica, coinvolgente: nata dal basso, è stata un filo rosso che ha attraversato il Paese».

«Quand’ero ragazzo...

«Il 25 aprile l’ho vissuta da ragazzo come festa popolare, c’era la banda cittadina e la consapevolezza di quel che era stato», dice Spartaco Geppetti, livornese, presidente nazionale dell’Anppia, l’associazione dei perseguitati politici antifascisti: «Mi ricordo bene quanto la sentisse sua il popolo delle sinistre, non solo il Pci. Certo, il Partito comunista ha saputo impegnarsi a fondo nel suo rapporto con le masse, ma non dimentichiamoci il carattere “plurale” della Resistenza: c’erano gli intellettuali, gli azionisti, il mondo ecclesiale, i preti, i liberali, perfino i monarchici e tanti altri». Geppetti ha rivisto questo sentire nella «bella immagine dell’illuminazione tricolore della sede del Tirreno accompagnata dall’aria della Turandot: vi ringrazio – scrive in un messaggio ai giornalisti del Tirreno – per il continuo impegno per la difesa dei valori della nostra Costituzione repubblicana». Poi il leader dell’organizzazione antifascista rincara: «L’emergenza ci costringe a riscoprire il valore della solidarietà, oggi è il Covid-19 ma chissà cosa accadrà fra 15-20 anni, magari per problematiche ambientali: è indispensabile una svolta che reimposti la società su binari con un maggior senso di umanità».

il tricolore senza retorica

«Non ho mai amato la retorica patriottarda ma, siccome abito qui vicino, quando ho sentito il “silenzio” mi sono affacciato per vedere cos’era. E, lo confesso, per la prima volta ho sentito che questo richiamo tricolore mi diceva qualcosa». Parola di Nino Mori, a spasso col cane nella sera di sabato quando Il Tirreno ha colorato la propria facciata di bianco, di rosso e di verde ad opera di Paolo Grossi (dottSax) con i suoi collaboratori Vittorugo Cecchi e Giacomo Ciampi: «Mi riferisco non alla bandiera, ma alla comunità, a questo senso del “noi” che stiamo scoprendo in questi giorni». Mori aggiunge un augurio: «Sono tempi difficili ma c’è come una nuova vicinanza fra persone. Non rinneghiamola quando tutto tornerà normale».

È lo stesso tasto sul quale insiste anche Niccolai sul versante dell’Anpi: «Ecco che siamo passati a un “noi” che è stato come un racconto corale, un puzzle fatto di mille tasselli che ha creato un nuovo protagonismo: non lo aspetto dagli altri, mi metto per primo io a mobilitarmi attivamente. E’ quel che ci servirà domani per uscire dalla crisi: se dobbiamo ridiscutere come siamo, come abbiamo vissuto, come usciremo da questo mare di guai. Ci riusciremo se facciamo il salto che dall’ “io” porta al “noi”»

Anche lui guarda all’atteggiamento nei riguardi del tricolore: «Ce ne siamo reimpossessati, l’abbiamo strappata alla retorica di destra», sostiene Niccolai. «Abbiamo mostrato che non è l’emblema del nazionalismo che contrappone le bandiere l’una contro l’altra e i popoli l’uno all’altro. Al contrario, è l’identificazione di una comunità», aggiunge sottolineando l’impegno del Tirreno in queste settimane per «mettere in forma nuova l’accento sulla Liberazione».

Il Paese era altrove

«Abbiamo scoperto che il Paese è migliore di come ce l’hanno descritto finora, dice Catia Sonetti, direttrice di Istoreco, l’istituto storico che ha collaborato con Il Tirreno per rievocare la Resistenza: «È stata una bella iniziativa. Il coro attorno al sovranismo era un effetto ottico ma il Paese reale era altrove fortunatamente».

Per Sonetti guai se ci si ferma qui: «La globalizzazione ha limiti spaventosi e in questa emergenza abbiamo visti gli effetti delle diseguaglianze, ma la gente ha utilizzato gli strumenti della tecnologiaper costruire ponti e rispondere a un bisogno di socialità. Di recente, vedo solo papa Francesco che alza la voce senza remore su questi temi, e lo dico da non credente. È solo l’inizio: adesso di fronte abbiamo l’esigenza di una sanità che funzioni davvero e sia pubblica». —

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di Redazione web