Gioco
La Resistenza nascosta contro gli ingranaggi della persecuzione degli ebrei livornesi
La “macchina” della discriminazione nella città dal dna multireligioso ma anche l’aiuto silenzioso di tanta gente come segno di umanità
la storia, le storie
Con questo contributo di Catia Sonetti, direttrice di Istoreco, si conclude il ciclo di interventi condotti nella settimana del 75° anniversario della Liberzione sulle pagine del Tirreno per iniziativa delle associazioni resistenziali e dell’istituto storico.
catia sonetti
La comunità di Livorno era negli anni Quaranta una delle più importanti d’Italia e sicuramente la più significativa della regione. Non si trattava comunque di una minoranza rilevante dal punto di vista strettamente numerico. Solo poco meno di 5mila persone distribuite dall’estremo sud della provincia fino al capoluogo. La maggior parte dei nuclei viveva a Livorno ma c’erano famiglie ebraiche un po’ ovunque. Tra le altre, i Bemporad a Rosignano, una famiglia Tabet a Bibbona, la famiglia Cremisi e Nunes a Piombino, alcune a Campiglia, una famiglia a Portoferraio.
Era una comunità composita, formata in piccolissima parte da un ceto alto-borghese, per una parte più consistente da media e piccola borghesia delle professioni e del commercio, e da una presenza significativa di ceto popolare, operai e piccoli venditori ambulanti. Una comunità più simile a quella di Roma che alle altre comunità toscane. Dal punto di vista politico si collocavano come la maggior parte degli italiani di quegli anni. Una parte cospicua aderì con entusiasmo al Regime, una parte minoritaria si riconobbe di più nella tradizione democratica e socialista che in città aveva dei precedenti illustri anche tra i correligionari, basta pensare a Giuseppe Emanuele Modigliani, una parte rimase assente.
GLI ARRIVI DA ALTRI PAESI
Tra il 1933 e il 1938, cioè tra l’avvento di Hitler al potere e le leggi razziste italiane, a Livorno arrivarono anche ebrei profughi da altri Paesi. Siamo sicuri del passaggio di molti individui provenienti dalla Germania, dalla Polonia, dall’Austria, arrivati per imbarcarsi per le terre oltreoceano e anche nella speranza di trovare qui un rifugio.
Il rifugio con le leggi razziste del 1938 si trasformò in una trappola. Tutti gli ebrei presenti sul territorio persero in pochissimo tempo i diritti fondamentali, per divenire cittadini di serie B. Dalla città di Livorno, i più avvertiti, e non furono neppure pochissimi, come fino a poco tempo fa la storiografia ha asserito, si allontanarono dalla città e dall’Italia, per emigrare all’estero. Partirono a piccoli gruppi familiari e si diressero in direzione opposte. Alcuni verso gli Stati Uniti, come il pediatra Funaro, altri verso la Palestina come il pediatra Fiano, o verso Paesi ancora più lontani come il Sud Africa come alcuni Nahon o verso l’Argentina come una parte della famiglia Levi. La maggioranza comunque rimase. Molti speravano di potersi accomodare in qualche modo e poi perché la maggior parte non aveva né mezzi, né conoscenze, per espatriare.
Comunque le leggi razziste ebbero effetti immediati e, dall’inizio alla fine, queste disposizioni non incontrarono nessun intralcio burocratico per una loro puntuale applicazione. Per prima cosa fu tolto loro il diritto alla frequenza scolastica e poi quello al lavoro. Gli studenti furono espulsi dalle scuole, i professori furono licenziati, i medici esclusi dagli ospedali, gli impiegati dai pubblici uffici, gli ufficiali dall’esercito. Questo solo per fare alcuni esempi.
I SOPRUSI QUOTIDIANI
Successivamente si aggiunsero a questi soprusi anche vessazioni più articolate come la confisca delle radio, la proibizione di usufruire di personale di “razza ariana”, il divieto di frequentare alcuni luoghi di ritrovo, alcuni esercizi commerciali, fino alla confisca dei beni. Alcuni bagni sul mare e alcuni esercenti, a Livorno, esposero il cartello: “Proibito l’ingresso ai cani e agli ebrei”. Una cospicua minoranza fu colpita anche dal provvedimento di internamento nei campi appositamente organizzati, come quello di Urbisaglia. Tra loro ci furono numerosi venditori ambulanti poiché, dopo aver ritirato loro la licenza, come scriveva il Tribunale Speciale, «avrebbero potuto dimostrare sentimenti contrari al regime». Vi finirono in 67 livornesi, il numero più alto di tutta la Toscana, e vi furono antifascisti riconosciuti come Renzo Cabib e la sorella, ma anche persone che non avevano mai espresso una opinione politica in tutta la loro vita.
Poi dal momento dell’ingresso in guerra dell’Italia la situazione precipitò per tutti, non solo per questa minoranza. Divennero un fattore discriminante i grandi bombardamenti del maggio, giugno e luglio ’43 : convinsero la maggior parte dei livornesi, ancora prima che fosse istituita la “zona nera”, a fuggire dalle loro case e a rifugiarsi altrove, soprattutto nelle campagne.
Ma il punto più drammatico di tutta la vicenda va collocato dopo la crisi del fascismo e la nascita della Repubblica sociale. I più esposti alla persecuzione divennero quegli ebrei che erano rientrati dai territori del Mediterraneo, livornesi emigrati da generazioni in Egitto, in Turchia, in Tunisia, per fare commerci e lavorare.
IL GRUPPO DEL RITORNO
Erano stati invitati a ritornare dal regime fascista, quando con l’aggressione all’Etiopia e l’avventura spagnola, la richiesta di manodopera ebbe un’impennata. Quel gruppo, del quale facevano parte la famiglia Bayona, la famiglia Modiano, i Baruch, gli Abenaim, i Bemporad, i Mazaltov e decine di molti altri, furono inghiottiti dalla persecuzione che li condusse direttamente ad Auschwitz.
Essi divennero il capro espiatorio migliore. Percepiti come stranieri anche se tali non erano, furono con disinvoltura trascinati nei convogli con destinazione: campo di sterminio. Dal quel viaggio per il quale partirono complessivamente in 204, ne rientrarono vivi solo 16. Furono arrestati e deportati per ragioni diverse. Perché incontrarono sulla loro strada un fanatico fascista come il maresciallo Pintus del Gabbro, che fece deportare 17 individui e da quella retata ritornò vivo solo Isacco Bayona, o incontrarono un servitore dell’ordine, uno dei tanti rappresentati della zona grigia, che eseguì le disposizioni dei prefetti, dei carabinieri, dei repubblichini. Senza farsi domande andò a catturare gli ebrei presenti, per esempio rifugiati a Cutigliano o il folto gruppo di famiglie rifugiatosi nelle case coloniche di Vicarello. Tutti furono chiusi nei carri bestiame.
CHI NON FA FINTA DI NIENTE
E quelli che si salvarono? Come si salvarono? Per caso, per ragioni di censo, per la ragnatela di relazioni amicali con il mondo esterno a quello dei correligionari, perché incontrarono degli uomini e delle donne giusti. Le storie andrebbero ripercorse caso per caso perché ognuna ha una specificità e non ce ne sono di sovrapponibili. Di solito però si persero o si salvarono per gruppi familiari. Ma con l’evacuazione della città il problema della salvezza per loro non era lo stesso che per gli altri. Senza carte di identità valide, senza carte annonarie, erano alla deriva. Come fecero? Furono accolti dal personale religioso, dalle monache e dai frati, nascosti presso amici e conoscenti, ma anche semplicemente aiutati da quegli italiani che non vollero girarsi dall’altra parte. Spesso furono piccoli contadini che aprirono loro la porta, dividendo con loro il poco che avevano. O, come accadde a Castellina Marittima, dove tutti sapevano ove si erano rifugiati alcuni nuclei ebraici, nessuno assunse i panni del delatore. Così come nel comune di Palaia o di Castelfranco di Sotto. La loro vicenda racconta uno spazio di resistenza che la storiografia, anche se con ritardo, ha poi identificato con “resistenza civile”. Occorre non dimenticarsela mai, in particolare vicino al 25 aprile. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google