Gioco
Il 25 Aprile non cade nel dimenticatoio La strana cerimonia con la mascherina
Salvetti: la lotta contro il contagio ci costringe a ripensarci in modo meno individualistico per riscoprirci comunità
LIVORNO
Il simbolo del 25 aprile, 75° anniversario della liberazione dai nazifascisti, è la fotografia del sindaco Luca Salvetti che mette un mazzo di fiori ai piedi del monumento ai caduti in piazza Magenta (e poi al Bassorilievo del Partigiano in via Ernesto Rossi). Non lo è perché il volto coperto dalla mascherina anti-contagio ma proprio perché la cerimonia comunque c’è: alla faccia del coronavirus, del rischio della voglia di oblio, della lontananza nel tempo e dall’idea di non farsi prendere dalla retorica. Benché, come si premura di spiegare Palazzo Civico, «ricalibrate e ridotte al minimo dei partecipanti per poter rispettare le misure di sicurezza imposte dalle restrizioni per il coronavirus, come chiesto anche espressamente dal prefetto Gianfranco Tomao», la ricorrenza non è stata travolta né finita nel nulla.
E se non c’è stato il tradizionale il ricevimento nella sala delle cerimonie, solo un rappresentante delle associazioni antifasciste ha accompagnato il sindaco che ha poi affidato al web il proprio intervento. Anche la prolusione del prof. Enrico Acciai (università di Roma Tor Vergata) si è trasformata in un video su Youtube.
A giudizio di Salvetti, proprio queste condizioni eccezionali ci spingono a ritrovare «il significato più profondo» di quest’evento: «Si festeggia una netta scelta di campo in favore della libertà e della democrazia, contro un'ideologia di sopraffazione di alcuni sui molti, e di alcuni popoli su altri popoli, una scelta di campo ora come allora chiara e irrevocabile».
Il parallelo fra oggi e 75 anni fa ci fa imparare «una preoccupazione che oltrepassa i confini individuali, familiari o di parte, per diventare collettiva e condivisa»: costringe a «pensarci insieme, come comunità, anche se ciascuno di noi è costretto fra le mura domestiche». Lo ripete sottolineando che «da questa condivisione nasce la speranza, e si rafforza l'idea che siamo tutti sulla stessa barca e che nessuno si salva da solo».
Acciai è uno storico che si è occupato anche delle storie degli sfollati, e questo l’ha portato a conoscere anche le vicende delle mentalità collettive, delle “storie dal basso”, delle “narrazioni”. Ecco che l’approccio della prolusione si è smarcato per utilizzare materiali come i brani di un diario trovato da Angelo Del Boca nei panni di un combattente caduto sull’Appennino, il racconto delle riflessioni di un giovane combattente, i brani di uno straordinario libro di Italo Calvino (“Il sentiero dei nidi di ragno”) per «spiegare la Resistenza con gli strumenti di un romanziere invece che quelli di noi storici».
Lo studioso vuol mettere l’accento sul fatto che «non era così scontato fare la scelta partigiana». Lo ripete ripercorrendo le pagine del diario dell’anonimo resistente che si era dato alla macchia e che, dal modo con cui confeziona una sorta di vocabolario emotivo-esistenziale, si capisce essersi visto cambiare tutto il proprio mondo quando ha deciso di unirsi ai partigiani in armi.
C’è da tener presente che la ribellione – ribadisce – riguarda anche una generazione di ventenni che non hanno conosciuto altro che il fascismo: entrare nelle bande partigiane sarà la loro educazione a un altro modo di vedere la vita «da parte di chi non ha conosciuto se non soprusi».
C’è un’altra sottolineatura, e stavolta è da storico: riguarda l’invito a non restringere lo sguardo alla Resistenza come fosse un fenomeno solo italiano. Al contrario, – avverte – nella liberazione della capitale albanese sventola il tricolore e sui Balcani sono all’opera ex soldati italiani al fianco dei partigiani del luogo. Idem anche in Francia e in Belgio.
Ma tutta l’ultima parte della prolusione ritorna a insistere sugli aspetti della soggettività e dell’approccio umano-morale da parte dei combattenti: erano i tormenti morali di un trentatreenne impegnato nell’uccisione di un collaborazionista. La risposta Acciai la cerca in Kim del libro di Calvino. La violenza è violenza, ma – dice – per noi servirà a liberare se non noi i nostri figli, a costruirer una società in cui si possa non esser cattivi. La “loro” è la violenza «dei gesti perduti»: non servono a liberare ma «a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio». —
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