Gioco
Quel mercoledì 25 fra fame e macerie i livornesi si rimisero in piedi
La fine della guerra, la cacciata di nazisti e repubblichini: quante difficoltà per ripartire in una città devastata
la storia, le storie
mauro zucchelli
La mattina del 25 aprile ’43 i livornesi si svegliarono pensando soltanto che era un mercoledì e che sarebbe stata dura: del Venticinque Aprile, quello con le maiuscole e la fanfara, che ne sapevano?
Fosse stato un bel film edificante qui avrebbero dovuto metterci il sol dell’avvenir che squarcia le nubi e invece, al contrario, era saltata fuori una mattinata diaccina di nuvolaglia. La liberazione sì, dal Nord arrivavano belle notizie ma in fondo ogni città i nazisti e i repubblichini se li era tolti dai piedi in un qualche giorno suo: Bologna già il 21, Genova due giorni dopo e per Torino e Venezia si sarebbe aspettato fino al 28.
Si capiva, insomma, che il mondo stava cambiando ma in tanti si ricordarono quanto si erano scottati il 25 luglio di due anni prima con l’illusione che, con l’arresto del Duce e il governo in mano a Badoglio, tutto sarebbe finito: la guerra, il regime, i bombardamenti, la fame. Certe notizie scaldavano il cuore ma chi se la sentiva di scommettere che non sarebbe saltato fuori solo un altro giro di valzer.
ma la festa arriverà nel ’46
Del resto, la festa nazionale la proclamerà l’anno seguente paradossalmente il quasi-re Umberto Il prima ancora di avere per un mese la corona di cartone. Ok, avevi la democrazia ma anche l’incubo di dover mettere insieme pane e companatico mentre i negozi erano vuoti e le tasche anche. Dentro una Livorno tutta macerie. Quante macerie? Basta riguardarsi il film “Tutti a casa” : stavolta non per ammirare il capolavoro di Luigi Comencini con Alberto Sordi e Eduardo de Filippo ma per vedere in che condizioni era la nostra città fra Fortezza Nuova e viale Avvalorati (e stiamo parlando di una pellicola del ’60...).
No, non era semplice campare: come racconta la storica Tiziana Noce, «di tutte le industrie alimentari che operavano in città solo otto risultavano in funzione» ma lavoravano quasi esclusivamente per le forze armate alleate e tutt’al più davano un po’ di ghiaccio ai civili. Lo si vedeva anche sul fronte degli alloggi: un promemoria del Cln per gli uffici del premier Ferruccio Parri indicava che nella primavera ’45 su 140mila abitanti si contavano 32mila senza tetto e nel frattempo, siccome in centro era rimasto illeso dai bombardamenti «solo l’8,4% degli edifici» (e nel resto della città il 43%), le autorità anglo-americane requisivano migliaia di uffici, appartamenti, villini e fabbricati non solo per sé ma anche per il gran numero di prigionieri tedeschi.
Dalla Regia Pretura fioccavano le condanne «alla pena di mesi 3 (tre) di arresto per abusiva occupazione di appartamenti i seguenti cittadini» e giù, un giorno dopo l’altro, una lista di nomi. Ma gli elenchi più lunghi li troviamo sul Tirreno in una rubrica quotidiana dal titolo “Chiedonsi notizie di”. Quasi un “Chi l’ha visto”: ad esempio «di Gimorri Silvestro, sottocapo motorista navale, si suppone arrolato in qualche banda di partigiani, rivolgersi al padre Clemente, via del Littorale». Uno fra i mille disperati appelli alla speranza.
Inutile dire che il senso della vita e della morte aveva preso un’altra misura. Niente più di un colonnino per un camion che «sfonda il parapetto e precipita da 20 metri»: in una dozzina a bordo, la metà sotto i vent’anni (solo a fine pezzo salta fuori che «gli ultimi due, giunti agonizzanti, decedevano poco dopo»). E sotto ecco i «4 morti in un ribaltamento nei pressi del Sassoscritto».
sinatra, marlene E voglia di vivere
Ma la frenesia di vivere fa capolino. La fotografia ritrovata è quella di Frank Sinatra che il 7 luglio ’45 canta per le truppe Usa in piazza Magenta. Ce ne dovrebbero essere anche altre: si racconta che gli americani abbiano mandato a Livorno anche Marlene Dietrich e Ella Fitzgerald ma non si scova niente di più di un amarcord.
Sulle pagine del nostro giornale c’è anche chi si lamenta dei «quattro salti in un circolo purchessìa al suon di una sincopata orchestrina». Il problema dov’è? «Le signorine ballano volentieri coi civili ma torgono la bocca e cercano ogni scusa quando qualche militare domanda loro un ballo».
Erano nove mesi che Livorno era stata liberata, ma non era così semplice rimettere in piedi la normalità. Nelle piccole cose: in quelle settimane, «per sopravvenute difficoltà tecniche», era sospesa l’accettazione di telegrammi diretti al Nord. Come anche nelle grandi questioni: tipo il porto, «la più importante attività di Livorno» (e tuttavia ancora «completamente chiuso al traffico civile»). Ma «quali commerci e quali industrie potranno risorgere e prosperare a Livorno praticamente priva del suo porto? ». Lo domandava sulle colonne del Tirreno Osvaldo Bonsignori, alla testa dell’Associazione Spedizionieri e Agenti Marittimi. Con realismo, «comprendendo le necessità militari degli alleati», il fronte del porto chiedeva solo una «qualsiasi banchina di una qualunque zona».
la roulette dell’impoverimento
Sono le settimane in cui c’è un gran rimescolamento di ricchezze familiari: e non solo perché le bombe sganciate dai B-17 americani hanno azzerato spesso in un attimo i patrimoni accumulati dal risparmio di generazioni. Dentro la “zona nera”, una enorme area evacuata grande quanto mezza Livorno, benché ile pattuglie tedesche sparassero senza complimenti a qualunque ombra, erano quotidiane le razzie notturne nelle case rimaste incustodite. Non è tutto: le requisizioni alleate erano talmente brutali che gruppi di militanti comunisti organizzavano proteste contro il governo militare alleato accusandolo di «affamare i cittadini e a derubarli delle loro proprietà, come avevano fatto gli odiati tedeschi». Al tempo stesso, però, era dalla cuccagna dei magazzini americani che saltava fuori quel ben-di-dio che cadeva giù per mille rivoli. Fra il porto e “Tombolo paradiso nero”: una gigantesca cittadella di depositi militari e covi di contrabbandieri, in mezzo a una fauna di borsari da mercato nero, ladri, “segnorine” e papponi finiti tanto nei reportage del nostro Aldo Santini quanto nel film scritto da Indro Montanelli.
Tutto dipendeva dal fatto che Livorno era diventato il Decimo Porto, cioè fino alla svolta di Eisenhower a metà anni ’50 la principale piattaforma logistica delle forze armate Usa nel Sud Europa: non a caso, nella primavera ’45 il governo militare alleato come massima autorità di occupazione riconsegna al governo italiano la piena giurisdizione «sui territori provinciali di Firenze, Pisa, Pistoia e Livorno», eccetto la città di Livorno più Collesalvetti e l’abitato di Pisa.
Probabilmente c’è proprio questo dietro l’anomalia politica livornese: un governo “rosso” in mano a Furio Diaz, prof neanche trentenne. Da un lato, ha la capacità di arrangiarsi a gestire una complessa relazione con le autorità anglo-americane; dall’altro, copre un arco politico larghissimo fino ad avere la più interessante esperienza di cristiano-sociali e a includere l’assessore anarchico Silvano Ceccherini (e a mantenere questa formula politica stile Cln per un decennio, ben oltre la rottura della “guerra fredda”).
La contrapposizione frontista che non c’è in giunta la ritroviamo nei due schieramenti (politici) per raccogliere l’eredità di quel Livorno che si era visto portar via lo scudetto dal Grande Torino, proprio il 25 aprile di due anni prima, per via del gol di Valentino Mazzola all’86’ a Bari: un gruppo di esponenti del Pci di via Magenta – raccontano Maurizio Mini e Fabrizio Pucci – crea l’ “Us Livorno 1944” ma attorno alla figura di Ricciotti Paggini, antifascista di area laico-repubblicana, si aggrega la Pro Livorno. È Mario Di Luca, appassionato storico del pallone amaranto, a ripescare dall’album dei ricordi il tabellino: benché in maglia biancoverde, mezza squadra amaranto del ’43 la ritroviamo nella Pro Livorno. Non c’è storia, 4-1 e l’altra squadra labronica esce di scena. Ma sparisce dall’Olimpo anche tutto il resto: il calcio labronico rivedrà la serie A solo sessant’anni più tardi. Intanto, sullo stadio che avevano intitolato a Edda Ciano Mussolini, un capitano americano pensa bene di mettere il timbro: altro che Ardenza, è lo “Yankee Stadium”.
«un’altra idea di faternità»
Nell’album c’è anche il racconto di Beppe Fusario che spiega bene l’aria di quei giorni: non si ferma dopo la Liberazione di Livorno. «Bisognava andare a liberare i “fratelli del Nord”: ho visto tanti tirare i remi in barca ma io ho ripreso in mano il fucile». Lo ripete in una intervista al Tirreno: «Potevi aver freddo e fame, ma quel che ti faceva campare – queste le sue parole – era quel senso che fosse a portata di mano una fraternità fra le persone mai sperimentata prima. Del resto, la nostalgia di quel sentire mi è rimasta nel cuore tutta la vita: ero uno di quelli che non giocavano al Totocalcio per non dare valore all’arricchimento personale, anche ora a 90 anni vivo in affitto».
Qualcosa del genere la raccontava Mario Canessa, poliziotto-antieroe, livornese d’adozione, quando (non) spiegava come mai avesse fatto fuggire tanti ebrei e perseguitati anziché consegnarli per avere in cambio la liberazione del fratello deportato: «Ho fatto solo il miodovere e l’ho fatto perché era la cosa giusta». —
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