Il Tirreno

Livorno

il direttore del vernacoliere 

Nella città in ginocchio così ricordo il mio ritorno di bambino sfollato

Mario cardinali

Quanta gente si era ingrassata alle spalle di noi costretti a fuggire

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la testimonianza

Questa la testimonianza che ci ha inviato Mario Cardinali, direttore del Vernacoliere: scritta sulla base dei suoi ricordi di bambino e contenuta nel libro “L'Italia del Vernacoliere. E' tutta un'altra storia”.

Mario cardinali

Si scianguinava dalla fame, ritornati dallo sfollamento. E per parecchi anni dopo. Mancava tutto. D’abbondante c’erano solo le macerie. Quante, ragazzi! Una città sconvolta di macerie, la Livorno uscita dalla guerra. Sventrata, rovesciata, sfarinata da ondate e ondate di bombardieri americani, le terrifiche fortezze volanti che s’annunciavano col cupo rimbombo di motori in cielo, prima lontano e poi – mentre le aspettavi pigiato con folle d’altri sventurati esangui di terrore nell’ipotetico rifugio d’una qualche cantina sottostrada – sempre più vicino e vasto, a ondate anche quello: bruuum... bruuum... bruuum. E poi gli scoppi delle bombe, col rifugio che ti tremava addosso. Quando non ti ci crollava, addosso, ed erano massacri di corpi sfracellati.

Gli urli e gli scoppi

Quante notti, dopo, a risvegliarsi appiccicati di sudore, gli occhi spalancati con gli orecchi tesi a sembrarti di risentire tutto, urli e scoppi e ondate di motori, e respiravi forte per l’affanno...

Poi lo sfollamento, a cercare di restare vivi, a portare le biancherie e gli ori di famiglia – le lenzuola, la catenina della comunione, il braccialettino del compleanno, la medaglina della Madonna, la fede del matrimonio – allo scambio in natura coi contadini delle campagne perlopiù pisane dove t’eri rifugiato: un lenzòlo per du’ ova, una fede per un sacchettino di farina...

Ché passato il primo sgomento di vedersi in casa – nelle stalle, negli scantinati, nei più vari antri di fortuna – tutta quella gente scappata di città, i paesani s’erano ripresi. E ci s’ingrassavano in tanti, con gli sfollati di Livorno.

mobili in cambio di granturco

Tempo fa, a San Miniato, ho conosciuto un vecchio che si vantava d’aver avuto, da un benestante scappato laggiù con la famiglia e una camionata di pregevole mobilio, una gran bella credenza antica – se la teneva ancora in bella mostra nella stanza buona – per un ballino di granturco. Nemmeno di grano. E a distanza d’una cinquantina d’anni si sentiva ancora furbo, quel vecchio di campagna, per quello scambio che lo sfollato ormai senz’altri mezzi gli aveva offerto dicendo ciò i figlioli che mi moiano di fame, ‘un me lo rifiuti un poìno di granturco.

E dalla fame dello sfollamento a quella del ritorno. Ritornati in cenci coi barrocci e coi carretti a mano, i bimbi e le vecchie accatastati sopra con le reti dei letti e con quanto ancora c’era rimasto dei ricordi della vita prima. Gli uomini e i giovani a piedi, qualcuno spingendo una vecchia bicicletta coi fascioni sfatti.

Tornati in città e occupata magari qualche casa vuota – in quelle degli ebrei deportati in Germania ci stava di trovare cataste di libri d’una borghesia sottratta alla cultura, oltre che alla vita – si mangiava una minestra, quando c’erano due verdure per fare uno zuppone in tant’acqua senza un filo d’olio – costava un occhio della testa, e lo zucchero lo stesso – e sul culo della scodella rovesciata a far da piatto era buon giorno se ci si metteva un po’ di mortadella – il companatico d’allora – mai più d’una fetta a testa ma le mamme dicevan quasi sempre io non ho più fame e la lasciavano ai bimbi quella fetta, e sovente anche il pezzo di pane tagliato con affamatissimo risparmio.

insaponati nell’acquaio di cucina

Cucinare, se ce n’era, si cucinava col carbone attizzato a forza di ventaglia a mano, e per riscaldarsi si buttava il cappotto sul letto a rinforzare la misera coperta, e prima di ficcarsi sotto le lenzuola ci si metteva il caldano col trabiccolo o col prete, o anche una bottiglia d’acqua calda se non c’era la borsa apposita di gomma. Lavarsi bene addosso, poi, era un viavai domenicale di tinozze e catini coll’acqua riscaldata sui fornelli, che mamma ti rovesciava piano piano in capo e t’insaponava ritto nell’acquaio di cucina, se non eri fra quei fortunati che potevano sguazzare in una vasca. E poi t’infilavi la maglia di lana grossa, d’inverno, che ti bucava addosso e ti durava per una settimana intera.

Ma si tirava avanti, i babbi riuscivano a darsi da fare in qualche modo e le mamme magari s’arrangiavano comprando al mercato nero un po’ di roba degli americani: cioccolate, scatolette di carne, zucchero, frutta sciroppata e quant’altro chi ci lavorava riusciva a portar fuori dal mitico Camp Darby, quell’immenso deposito militare fra Livorno e Pisa che c’è rimasto in buona parte anc’oggi con i missili giù nello sprofondo, ed erano spesso gli stessi soldati americani a trafficare in borsa nera e a regalare un po’ di quelle scatolette alle “segnorine”.

Ché per molti – per molte – non c’era rimasto che il corpo da dare ai vincitori, per sfamarsi. Com’è sempre stato e continua ad essere anche nei dopoguerra d’oggi. —

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di Redazione web