Gioco
Il seme della ribellione attecchisce sulla costa Ma ora Livorno è tutta da ricostruire
Ecco la “geografia” della crescita delle formazioni partigiane fra controffensive, arresti e stragi per mano dei nazisti in ritirata
LA STORIA, LE STORIE
Nel 75° anniversariod ella Liberazione, Il Tirreno presenta – insieme alle associazioni dell’antifascismo (Anpi, Anppia, Aned e Anei) e all’Istoreco – i contributi di alcuni storici. Oggi è la volta di Stefano Gallo, ricercatore del Cnr di Napoli.
STEFANO GALLO
La Resistenza in provincia di Livorno ha avuto un fondamentale sviluppo nella sua parte meridionale. Il capoluogo subì quasi uno spopolamento totale nel corso del 1943, a partire dal bombardamento del 28 maggio fino all’ottobre, quando i tedeschi iniziarono a stendere il filo spinato e a costruire posti di blocco intorno al centro: a novembre scattò l’ordine di sgombero dalla zona nera di Livorno, rendendo impraticabile buona parte della città.
Diversa invece la situazione a Piombino, dove su 30mila abitanti a fine 1943 risultavano sfollate meno di 5mila persone. I comunisti piombinesi entrarono in contatto con i militanti rilasciati dal carcere di Pianosa, sbarcati sul continente tra la fine di agosto e i primi di settembre 1943. Il concentramento antifascista piombinese in quei giorni cercava contatti con il resto della provincia e fuori, a Milano e Roma.
Dopo l’8 settembre la situazione precipitò. Il 10 a Piombino i sentimenti popolari antitedeschi entrarono in sintonia con le decisioni della Marina là di stanza di non lasciare sbarcare la flotta tedesca nel porto. Per un’intera notte soldati e cittadini collaborarono nel tentativo di impedire con le armi l’occupazione della città da parte delle truppe naziste; solo l’ordine del generale De Vecchi chiuse ogni ulteriore tentativo di resistenza, ma non poté cancellare l’importanza simbolica di un evento che dettò «la parola d’ordine della Resistenza», come disse Nilde Iotti nel 1979.
il via fra i boschi di riotorto
Dopo il 10 settembre crebbe il ruolo del gruppo comunista all’interno del Comitato di liberazione nazionale di Piombino e prese avvio un’effettiva attività resistenziale nella zona della Val di Cornia, in particolare nei boschi tra Massa Marittima e Riotorto. Un piccolo nucleo di uomini si costituì vicino a Follonica, su iniziativa del parroco Ugo Salti, che organizzò collegamenti fra Suvereto, S. Vincenzo, Donoratico.
Il conclave con i fiorentini
Il 10 ottobre ’43 un incontro clandestino vicino a Suvereto tra gli esponenti della provincia di Livorno e l’organizzazione comunista fiorentina sancì l’atto di nascita dell’organizzazione partigiana e resistenziale della Toscana meridionale litoranea. Il 7 novembre Mario Chirici, un noto militare repubblicano antifascista appena rientrato dall’Istria, ricercato dalla polizia fascista, venne nominato comandante della maggiore formazione partigiana in accordo col Cln di Livorno, sostituendo Elvezio Cerboni che aveva formato il gruppo. Il 21 novembre la banda di Chirici subì un timido attacco da parte di fascisti e tedeschi, sufficiente a determinare una prima battuta d’arresto per una formazione che aveva appena iniziato a darsi delle modalità operative.
Questa fase dell’organizzazione resistenziale fu estremamente complicata. A fine anno iniziarono gli arresti che colpirono la rete antifascista della provincia di Livorno: il 22 dicembre fu preso Vasco Iacoponi con altri due compagni, tra cui Oberdan Chiesa, poi fucilato a Rosignano il 29 gennaio. Tra il 19 e il 21 gennaio furono 33 le persone arrestate a Livorno, tra cui alcune donne, la maggior parte prese a casa del dentista Assoluto Manna.
Il rastrellamento di frassine
Intanto nell’area meridionale si infittivano gli incontri e gli scambi con le zone limitrofe del Senese, del Pisano e del Grossetano. Il 15 dicembre si incontrarono le varie squadre della zona per darsi un coordinamento e si ricostituì la formazione di Chirici. Il 7 gennaio, dopo una lunga marcia a seguito di un rastrellamento in forze da parte di fascisti e carabinieri, Chirici ricevette l’incarico da Dino Frangioni del Cln di Livorno di formare una Brigata Garibaldi. Il 16 febbraio a Frassine un rastrellamento fascista causò la morte di 5 partigiani e la cattura di altri 14. Questa battaglia determinò aspri contrasti col Cln livornese e il distaccamento di vari gruppi dalla principale brigata.
Da allora si moltiplicarono le azioni partigiane in tutta la provincia, pur senza un vero e proprio centro coordinatore. Su quasi 200 atti resistenziali compiuti in totale sul territorio provinciale, 15 riguardano i mesi compresi tra il settembre e il dicembre 1943, 78 si svolsero tra il gennaio e il maggio 1944, 100 nelle settimane finali prima della liberazione, tra il giugno e il luglio 1944. La prima metà del 1944 vide una crescita notevole della capacità di azione delle bande su direttrici orizzontali, sfruttando le maggiori opportunità di rifugio offerte dall’entroterra.
Le aree boscose delle provincie di Pisa e di Grosseto risultarono essere l’habitat preferito dalle bande armate per sviluppare azioni in un contesto in cui erano ancora forti e organizzati territorialmente gli apparati repressivi fascisti.
Il disfacimento dei repubblichini
Nel periodo finale, tra il giugno e il luglio ’44, la crescita esponenziale delle forze partigiane corrispose con il disfacimento delle strutture della Repubblica di Salò e il progressivo arretramento dell’esercito tedesco, pur massicciamente presente. In queste settimane si registrarono stragi e uccisioni indiscriminate di civili da parte dei soldati nazisti. Nel maggio venne anche stroncata l’organizzazione clandestina che ruotava intorno a don Roberto Angeli, arrestato e inviato a Mauthausen.
Le formazioni che avevano base nella provincia di Livorno apparivano adesso collocarsi maggiormente lungo una dorsale che a qualche chilometro verso l’interno segue la costa lungo la direttrice nord-sud, con una quantità di operazioni ben maggiore. Durante l’estate Garibaldo Benifei venne inviato con Italo Bargagna a coordinare le azioni e le attività dei gruppi che operavano tra Livorno e Grosseto. «Dopo venti giorni dal precedente mio viaggio – scriveva Ilio Barontini in una relazione del giugno-luglio 1944 – ho trovato la situazione completamente trasformata. Vi era colà, circa un mese fa, qualche distaccamento spartito in qua e in là, al presente vi sono numerose brigate: più di tre brigate nella maremma del Pisano-Livornese». In questa fase si ebbe un rinnovato sforzo da parte delle strutture militari regionali di coordinare le azioni delle bande armate e di prepararsi per il momento della liberazione in maniera unitaria. Fondamentale fu il ruolo del Comando di tappa del Castellaccio, a pochi km a sud di Livorno, in cui operano tra gli altri Bruno Bernini, Dino Raugi e Nelusko Giachini.
con gli occhi di mario lenzi
Il 19 luglio 1944 partigiani e membri del Cln entrano nel capoluogo accompagnando l’esercito alleato. Livorno era una città svuotata dei suoi abitanti. Mario Lenzi, uno dei primi a entrare nella città liberata, ci restituisce così la visione dal Castellaccio: «Dall’alto delle Rocce Rosse mi fermai a guardare Livorno, distrutta dalle bombe americane e dalle mine tedesche, con il cannocchiale che gli americani mi avevano assegnato. Si vedevano distintamente le rovine del porto, decine di navi affondate che emergevano dall’acqua bassa, le macerie della piazza Grande, il Duomo sventrato. Percorsi lentamente tutto il panorama della città morta: via Ricasoli, via Roma, Piazza Magenta. Puntai il cannocchiale dove era Villa Medina, ma la mia scuola non c’era più. Forse quel mondo non era mai esistito. E se era esistito, poi era scomparso. Un baratro si era aperto, ingoiando per sempre la scuola, le strade, i miei compagni. Erano andati via tutti e con loro se n’era andato anche il ragazzo che io ero stato. Dalla città che c’era una volta, ora si alzavano pigramente nell’aria colonne di fumo». Era finalmente arrivato il momento della ricostruzione. —
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