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Plexiglass? Così non si può: «Non siamo alle Sughere»

Plexiglass? Così non si può: «Non siamo alle Sughere»

Prima della fine del periodo di chiusura la categoria chiede certezze rispetto all’organizzazione delle sale e del personale

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«È fondamentale che, ferme le misure di sicurezza, ci sia assoluta chiarezza dal governo, dalla Regione e dal Comune sui protocolli che le aziende devono adottare per la riapertura». Questo il pensiero di Confesercenti. «Le attività di pubblico esercizio devono sapere per tempo come potranno lavorare - spiega il direttore provinciale Alessandro Ciapini - se un tavolo ogni due metri, ogni tre. Gli imprenditori devono organizzare la sala, fare gli investimenti per ristrutturarla e quantificare il budget perché il fatturato calerà sicuramente». E proprio per questo, stanno sperimentando anche altre modalità di vendita perché con le regole sulle distanze, non sarà facile riempire come un tempo i ristoranti .

La ripresa potrebbe essere a metà maggio. Ma di sicuro , rispetto all’organizzazione degli spazi, c’è solamente la distanza. Sul resto ci sono solo supposizioni. Per esempio c’è l’ipotesi plexiglass, simile a quella degli ombrelloni. Vale a dire che le persone dovrebbero essere quasi “semirinchiuse” in gabbiotti di questo materiale. «Così non apriremo, sembrerebbe di essere al carcere delle Sughere». È il commento di molti ristoratori: va bene il cameriere con guanti e mascherine, i dispenser, le sanificazioni, le sale dei ristoranti come sale operatorie. Ma il plexiglass no.

Più possibilista è Vincenzo Pernice del ristorante “La vecchia senese”: «Va bene anche il plexiglass - ma bisogna metterci intorno a un tavolo per i protocolli di ripartenza. Per far muovere di nuovo tutti i dipendenti bisogna fare le cose nella maniera giusta. Altrimenti i danni sarebbero ancora maggiori di quelli che abbiamo già avuto». —

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