Gioco
La bella Italia dei volontari dal 1848 all'emergenza Covid
Tanti livornesi dalle guerre d’indipendenza a oggi “in Lombardia a fare l'Italia!” Tra i volontari dell'epoca anche il professor Giuseppe Montanelli
Il racconto
Damiano Leonetti (*)
Colpiscono le frasi della politica che si dimostra sorpresa per gli oltre 7.000 medici di tutta Italia e di ogni età che hanno aderito all'appello lanciato dalle istituzioni per l’emergenza Covid. Senza far ricorso a toni retorici, è innegabile che ancora una volta la parte migliore del nostro Paese non ha esitato a farsi trovare pronta a partire per combattere un nemico quanto mai infido. Eppure è stato così anche per le recenti calamità naturali quali terremoti o alluvioni. Ma anche andando indietro nella storia, ritornando ad esempio alle vicende nostrane legate al Risorgimento, si ritrovano tante analogie con i giorni che stiamo vivendo che dovranno farci riflettere quando sarà tornata la quiete.
Nel maggio del 1848 l'Italia non c'è ancora. Seppure con molte incertezze legate al futuro assetto dello Stato una volta sconfitto lo straniero, la rivolta milanese delle “Cinque giornate” del marzo precedente ha dato una scossa decisiva ai “tentennamenti” sabaudi inducendo Carlo Alberto a muovere contro l'Austria il cui esercito è magistralmente guidato in Lombardia dal maresciallo Radetzki.
Tra i protagonisti nella toscana di quei giorni c'è Giuseppe Montanelli (1813 - 1862), professore all'Ateneo pisano di diritto civile e commerciale dal '37. Nato a Fucecchio, era un antenato di Indro Montanelli che amerà ricordare di essere venuto al mondo nella stanza dove era morto l'illustre parente. E' la politica però ad interessare sempre di più il professore. Nelle sue memorie ricorderà: “la mattina del ventuno marzo 1848, nell’uscire di casa, vedo gran gente lung’Arno, che mi si affollano intorno, e mi domandano, se sia vero che Metternich è scappato da Vienna, e Milano in rivoluzione. Sì, sì, rispondo. ‘E che si ha da fare?’, soggiungono quelli. ‘Pigliare lo schioppo, e partire’. E un gran battere di mani secondava a queste parole sgorgatemi dal cuore, e fu un gridare di tutti ‘in Lombardia, in Lombardia!’”. Persino il Granduca Leopoldo II, definito il “principe riformatore” a seguito della concessione di timide riforme che Mazzini definirà “sonniferi” per il popolo toscano, non fa mancare il proprio sostegno: “… non debbono i toscani rimanere in un ozio vergognoso in momenti così solenni.
“Volate adunque...al soccorso dei fratelli Lombardi”. Montanelli, dopo esser stato in contatto con il Comitato di Guerra di Milano presieduto da Cattaneo, ai primi di maggio raggiunge i suoi studenti a Curtatone, piccolo sobborgo alle porte di Mantova. Da pochi giorni il comando supremo dell’esercito sardo ha dato inizio all’assedio della fortezza di Peschiera ma Radetzki, da Verona, ha riacquistato l’iniziativa delle operazioni grazie ai rinforzi ricevuti d’oltre Isonzo. Il piccolo esercito toscano, al quale si erano uniti anche un contingente di volontari studenti senesi e altri soldati napoletani, è di circa 6.660 uomini. Ricevuto l’ordine di avvicinarsi alla fortezza di Mantova, si posiziona tra Curtatone e Montanara. Le solite “linguacce” contro i piemontesi, così le definirà Montanelli, dicevano che li avevano mandati proprio in quella zona per finire “in bocca al lupo!”.
Radetzki esce da Verona la sera del 27 maggio alla testa di 32.000 uomini, quaranta pezzi d'artiglieria e “ogni altro apprestamento mortifero” con l’obiettivo di superare il Mincio e prendere alle spalle i piemontesi. Inevitabile lo scontro con le milizie toscane. La battaglia è durissima. Viene ordinata la ritirata. In quei momenti convulsi Montanelli si ritrova in un mulino in disperata difesa con altri trenta o quaranta compagni. Rimane ferito ad una spalla. In Lombardia e in Toscana si diffonde addirittura la notizia della sua morte. Invece è stato fatto prigioniero. Svenuto per la perdita di sangue, si riavrà mentre è assistito da due suoi commilitoni, Morandini e Colandini, un giovane popolano livornese.
Al rientro in Toscana nel settembre successivo, l'eroe Montanelli trova città come Livorno, Lucca, Arezzo e Pistoia in agitazione. Gino Capponi, capo del governo granducale, l'8 ottobre del '48 lo nomina Governatore di Livorno. La città lo accoglie trionfalmente. L’indomani, dal palazzo del governo, bandisce la Costituente Italiana, la sua proposta politica per raggiungere l’unità d’Italia attraverso un procedimento federativo escludendo la possibilità di un semplice “allargamento” di uno degli stati già esistenti. Rimarrà coerente a questa sua convinzione e continuerà a farsi propugnatore di una forma di stato fondata sul sistema regionale anche nel ’59 quando si “assenterà” dalla votazione per l’annessione al Piemonte del Granducato di Toscana. Le idee politiche di Montanelli saranno rivalutate successivamente ma all’uomo avrebbe fatto particolarmente piacere quello che ebbe a dire un altro grande toscano.
Giosué Carducci: “Io fanciullo vidi Giuseppe Montanelli col braccio ferito parlare parole di confidenza e d’amore al popolo di Pisa: lo vidi ancora dal balcone del palazzo del governo di Livorno proclamare la Costituente Italiana”. E' lecito supporre che altrettanto piacere avrebbe fatto a Montanelli la lettura delle missive dei volontari che avevano combattuto con lui a Curtatone, inviate ai genitori mentre erano in viaggio verso la Lombardia. In esse capita di leggere della loro preoccupazione per il paventato annullamento della missione con i professori richiamati in cattedra. Scrive Gherardo Nerucci, di Pistoia, alla mamma: “Ieri mise fra gli scolari un gran malumore la nuova di dover tornare indietro e si fece un gran chiasso. Il tutto si calmò quando uno scritto del Mossotti, nostro maggiore, disse che proseguiremo fino a Reggio per deliberare. Colà si potranno formare delle compagnie di militi universitari, che, guidati da ufficiali esperti, saranno aggregati alla Linea, mediante il permesso dei genitori. Spero non vorrà negarmelo. L'Italia ha d'uopo di giovani. Deve risorgere. Se non l'aiutiamo noi con le braccia e i babbi e le mamme non infondano coraggio ne' figli non so che potrà avvenire...”. Da queste lettere, una risposta anche all'annosa polemica sul coinvolgimento delle masse nelle vicende risorgimentali. Sappiamo bene quanto le canzoni in questi momenti costituiscano un modo per sentirsi uniti e partecipi di una comunità della quale si condividono i valori rappresentati proprio da quelle musiche e da quelle parole. Nacque allora, nel marzo del 1848, per mano del volontario fiorentino Carlo Bosi, il canto che accompagnerà le partenze dei patrioti risorgimentali: “Addio mio bella addio: l'armata se ne va; se non partissi anch'io sarebbe una viltà!”. E' stato così per la Canzone del Piave che doveva rincuorare i soldati nelle trincee della Grande guerra ed è così anche oggi quando tutti insieme ci presentiamo sui balconi con il tricolore in mano abbozzando l'Inno di Mameli a sostegno dei nuovi volontari . —
(*ingegnere e storico)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
