Toscana
Colorito, vivace e d’autore Il vernacolo è la nostra anima
Daniela Lenzi ha dedicato uno studio alle espressioni del linguaggio livornese, alcune antiche che fanno parte della nostra storia e della nostra cultura ma rischiano di andare perdute
Il libro
Roberto Riu
“E ti c'era un bimbo da puppa”,“Botta botta, fi'o secco”, “arrondeman”, “par d'esse' ar Molo Novo”, “andà a fassi benedì da' Greci”, “n'è cascato lo spadino”, “oimmena!” sono solo alcune delle tantissime espressioni del vernacolo livornese, alcune relativamente recenti, magari risalenti all'immediato dopoguerra, altre più antiche, ma divenute via via desuete e praticamente dimenticate dalle nuove generazioni, mentre taluni modi di dire hanno perso nel tempo la propria originaria connotazione offensiva per divenire un approccio confidenziale ed amichevole. A farci compiere adesso una profonda ed anche divertente immersione in questo linguaggio vivace, colorito e ricco di sfumature è il libro “L'ABC del livornese alla riscoperta del vernacolo”, scritto da Daniela Lenzi, già presentato prima del lockdown ee con grande partecipazione di pubblico nell'auditorium del Museo di storia naturale del Mediterraneo per iniziativa dell'associazione culturale “Livorno come era” presieduta dal prof. Giorgio Mandalis.
«All'inizio degli anni '80 – spiega Daniela Lenzi – insegnavo alle scuole Mazzini e avevo una collega, Annalina Manacorda, anche lei appassionata di vernacolo. Così abbiamo cominciato a scambiarci espressioni e modi di dire che avevamo sentito in casa. Io, fra l'altro, sono sant'iacopina. Da lì cominciò una piccola raccolta ed in seguito, piano piano, ascoltando tante altre testimonianze ho continuato ad incrementare la raccolta che anni fa, quando non era ancora così ampia, presentai ad un'iniziativa della Fidapa a cui ero iscritta».
La raccolta è così cresciuta soprattutto parlando con le persone anziane oppure leggendo le opere di Urano Sarti (ovvero il “Pappa”) di cui si ricorda il romanzo “Livorno città aperta” scritto interamente in vernacolo.
«Col tempo molto si è perso – continua – e la mia principale preoccupazione è stata di lasciare una testimonianza».
Edito da Books & Company il libro racchiude migliaia di espressioni vernacolari livornesi, insieme a talune riferibili più propriamente all'ambito toscano, molte delle quali costituiscono ancora un buona parte del parlare corrente nella nostra città. Un modo caratteristico di esprimersi evidenziato a suo tempo anche da Curzio Malaparte nel suo libro “Maledetti toscani”: “La parlata dei livornesi, larga, cadenzata, sonora, al tempo stesso violenta e dolce, mi pareva nascesse dall'ebbrezza di un sangue troppo vivo e ricco. Le parole uscivano loro di bocca già tutte fatte, rotonde, pienotte, si sentiva che provavano gusto a pronunziarle, a dar loro quell'accento, quella cadenza, quella forza”.
L'autrice ricorda inoltre che le fonti scritte del vernacolo livornese sono relativamente recenti: una delle più antiche risale al 1805 col poemetto “La Molte di Ulufelne ossia la Britulica liberata” di Natale Falcini. Sono poi noti almanacchi scritti in bagitto, il gergo ebraico-livornese ripreso in opere di Giovanni Guarducci.
Si arriva quindi alla fine dell'800 con Cangillo, al secolo Dino Targioni Tozzetti, mentre nel '900 compaiono le commedie di Beppe Pegolotti, Beppe Orlandi, Gino Lena e Giorgio Fontanelli, mentre negli ultimi decenni troviamo Giuseppe Pancaccini: «Ma non dobbiamo dimenticare – prosegue – anche il lucchese Ettore Borzacchini, pseudonimo del compianto Giorgio Marchetti, che nel 1996 pubblicò Il Borzacchini universale, un'opera satirica del tutto originale, collaboratore anche del mensile satirico Il Vernacoliere, fondato nel 1982, diffuso oggi in tutta l'Italia centro-settentrionale, scritto in lingua ed in vernacolo».
Fra gli intercali più noti del vernacolo livornese spicca sicuramente il “dé” pronunciato con la “e” chiusa: «Il dé – commenta l'autrice – è come il prezzemolo nelle polpette. Si trova in ogni discorso, lo usano giovani e vecchi, uomini e donne, persone colte e meno colte e, se non lo dicono è perchè, o non sono livornesi o fanno sforzi sovrumani per non usarlo».
Ex insegnante di lettere Daniela Lenzi è anche poetessa, autrice di romanzi (come “Sotto i cieli della rivoluzione” oppure “Anni verdi e camicia nera”), di racconti e di testi per canzoni, ma pure di opere teatrali, in vernacolo ed in lingua. —
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