Gioco
Omaggio a Mario Puccini il Van Gogh livornese con i suoi paesaggi unici e una vita complicata
In occasione del centenario della morte del pittore uno studio del critico d’arte Michele Pierleoni
il ricordo
Nel 2020 si celebra il centenario della morte di un altro ragguardevole artista livornese, oltre a quello del grande Amedeo Modigliani. Parliamo del pittore Mario Puccini, considerato uno dei più notevoli postmacchiaioli, scomparso poco più che cinquantenne a Firenze il 18 giugno 1920, minato dalla tubercolosi, dopo un’esistenza segnata da una salute cagionevole e da opprimenti problemi economici: per il suo stile e per la sua vicenda umana il critico Raffaele De Grada lo ha definito il “Van Gogh livornese”.
A delineare la personalità e l’opera di Mario Puccini è il critico d’arte Michele Pierleoni che in ricordo del pittore livornese aveva preparato un conferenza organizzata dall’associazione culturale “Livorno com’era” presso il Museo di storia naturale del Mediterraneo, purtroppo annullata a causa del lockdown per il Coronavirus: «Puccini è un pittore fondamentale per Livorno – spiega Pierleoni – perché ha la capacità, in un breve volgere di anni, di lasciare un’impronta molto personale alla visione della città per mezzo del colore e della strutturazione del disegno».
Nella sua opera lo spartiacque fra un primo ed un secondo periodo è determinato dalla sua grave crisi nervosa, siamo nel 1893, quando il pittore viene ricoverato prima all’Ospedale di Livorno e poi all’Ospedale psichiatrico di San Niccolò a Siena: «Da quella crisi – continua – ne uscì un pittore rinnovato. Abbiamo, ad esempio, un’opera davvero importante realizzata nel 1902 e raffigurante la Darsena di Livorno, uno dei soggetti a lui più cari. E per anni lui indagherà i luoghi del porto di Livorno, uno dei soggetti focali del suo studio. Come pure indagherà la natura morta con un modo di interpretarla molto diverso, ad esempio, da un Giovanni Bartolena. Per poi arrivare allo studio della Maremma».
È un periodo in effetti relativamente breve, meno di vent’anni, dal 1902 al 1920, anno della sua scomparsa, ma che lascerà un’impronta profonda: “È un pittore che lascerà traccia nella generazione più giovane proprio per questa sua capacità di visione e di struttura. Riuscirà in alcuni dipinti a fare un inserimento proprio del divisionismo, avrà questa eccitazione cromatica con una visione del porto che ci restituisce estremamente personale e lirica».
Va poi ricordata la sua partecipazione nel mondo artistico livornese: «Fu uno dei frequentatori del Caffè Bardi che si trovava all’angolo fra piazza Cavour e via Cairoli prendendo parte anche alla realizzazione degli arredi di una saletta del locale. Qui raffigurò il Lazzaretto, la barca con figura in piedi oppure la Venezia. Ed è interessante notare come due delle opere citate siano dei carboncini. Era un grandissimo disegnatore. Attraverso il carbone, attraverso un segno marcato, lui compone e struttura disegni che sono opere finite, sono dei veri e propri quadri in bianco e nero».
Livorno è stata, in effetti, attenta all’opera di Mario Puccini, basti pensare alla mostra allestita presso i Granai di Villa Mimbelli nel novantesimo dalla scomparsa, come pure nella mostra organizzata per ricordare il Caffè Bardi e l’altra dedicata alla “Bottega d’arte” dove fu esposta “La Metallurgica”: «Però stiamo attenti – sottolinea Pierleoni – quella di Puccini non è una pittura vernacolare. È un pittore che ha dato un’interpretazione propria del paesaggio. Era inoltre molto stimato dai suoi amici pittori come Benvenuto Benvenuti ed Oscar Ghiglia»
Figlio di un fornaio Mario Puccini frequentò l’Accademia delle belle arti di Firenze e per sopravvivere fece anche il merciaiolo ambulante. A Livorno le sue onoranze funebri causarono polemiche, nell'ambiente artistico della città, determinando la scissione della Federazione Artistica Livornese e la conseguente nascita del Gruppo Labronico.
La salma di Puccini fu deposta in un loculo provvisorio del Cimitero della Misericordia di Livorno; solo nel 1988 i suoi resti furono collocati nel Famedio di Montenero, dove, sin dalla morte, i suoi amici avrebbero voluto collocarne la salma, a cura del Gruppo Labronico . —
Roberto Riu
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