Gioco
Scarpe&Scarpe in crisi, chiesto concordato
La catena di calzature, con sede legale a Torino, ha un negozio anche a Parco Levante, ora chiuso per l’emergenza Covid
LIVORNO
Le criticità che già da tempo si allungavano come ombre senpre più scure sull’azienda sono state trasformate dall’emergenza coronavirus in vera e propria crisi. Come una scintilla, l’emergenza sanitaria ha fatto deflagrare una bomba che, probabilmente, poteva essere disinnescata. Esplosa proprio mentre azienda e sindacati cercavano di risanare le lievi ferite che avevano costretto la società a posticipare il pagamento di parte delle retribuzioni ai propri dipendenti.
La chiusura dei punti vendita imposta dai decreti governativi per far fronte all’epidemia da coronavirus rischia di dare il colpo di grazia a Scarpe&Scarpe, la catena di calzature presente anche a Livorno all’interno del centro commerciale Parlo Levante con un negozio, che nei giorni scorsi ha presentato un’istanza di concordato preventivo al Tribunale fallimentare di Torino, città dove la società ha sede legale.
Le previsioni di mancate entrate per oltre 50 milioni di euro a causa della chiusura imposta dalle misure anti-coronavirus si sono sommate a difficoltà aziendali pregresse che, pian piano, sembravano poter rientrare anche attraverso l’avvio della trattativa con i sindacati per il rinnovo del contratto integrativo.
Le prime criticità si sono presentate a fine febbraio, quando l’azienda è riuscita a versare solo il 60% della retribuzione dovuta ai suoi 1.800 dipendenti. I primi effetti sull’economia del coronavirus e le drastiche misure messe in campo per contrastare l’epidemia hanno fatto il resto: la società ha bloccato il saldo degli stipendi di febbraio che avrebbe dovuto versare a marzo insieme ai giorni lavorati dello scorso mese.
Il negozio di Livorno è stato inaugurato nell’ottobre del 201, si sviluppa su una superficie di 1.500 metri quadrati ed è partito con 12 addetti proponendosi come megastore multimarca di calzature.
Lavoratori, anche quelli di Scarpe&Scarpe di Livorno, che rischiano ora di pagare caro il tracollo del marchio.
La società, che gestisce oltre 150 punti vendita sul territorio nazionale, ha fatto ricorso alla cassa integrazione in deroga, uno degli ammortizzatori sociali previsti dal decreto “Cura Italia”, ma restano incerti i tempi di versamento delle somme.
L’istanza presentata al Tribunale di Torino ha fatto scattare un conto alla rovescia che si esaurirà tra 120 giorni: tempo massimo concesso all’azienda per elaborare un piano di recupero e di risanamento.
«In considerazione dello scenario e del perdurare della gravità dell'emergenza – sottolinea in una nota la società – è sorta la necessità di mettere in sicurezza l'azienda con l'unico scopo di progettare un piano di rilancio industriale al fine di garantire la prosecuzione dell'attività e le prospettive di lavoro».
Per ora i lavoratori hanno ancora da riscuotere metà stipendio di febbraio e i giorni lavorati a marzo. —
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