Gioco
Dalla parte delle vittime del Moby Prince nell’anniversario senza corteo
Nell’era dei divieti anti-contagio oggi, venerdì 10 aprile, l’omaggio ai 140 morti di quella strage senza colpevoli di 29 anni fa
LIVORNO. Mai era accaduto che Loris Rispoli, a nome dei familiari delle vittime del Moby Prince, se ne andasse da solo – da solo insieme al sindaco Luca Salvetti a nome di tutta la città – fino all’Andana degli Anelli a buttare in mare la rosa che rammenta quei 140 marittimi e passeggeri. L’abbiamo fatto e rifatto quel corteo per chiedere giustizia, noi livornesi. Ma oggi non si può: questo stramaledetto virus ci porta via anche quello.
Ecco perché abbiamo deciso oggi di mettere fra parentesi il flusso quotidiano delle notizie e ritagliare questo spazio – la notizia del giorno – per qualcosa che è avvenuto 29 anni fa e non vogliamo schiodarci dalla memoria: l’apocalisse del Moby Prince il 10 aprile ’91, la più grande sciagura della marineria civile dalla fine della guerra. Come se il corteo ci fosse anche oggi alla faccia di tutti i Covid-19 e qui dentro queste colonne di cronaca; come se dentro questa pagina camminassero i vostri sguardi per non smettere di dire che 140 esistenze cancellate non possono essere ritenute un danno collaterale, una piega del libro, un inciampo della storia.
Questa prima pagina di cronaca è un flash mob di carta, una manifestazione nella piazza del nostro essere comunità, un’idea di verità e giustizia coltivata insieme ai familiari delle vittime, come abbiamo fatto in questi giorni con l’intervista a Loris Rispoli, figura simbolo della battaglia in nome dei 140 morti e anima della mobilitazione nata dal “popolo delle magliette rosse” all’insegna dell’hashtag #iosono141. Quel “141” indica il posto preciso rivendicato da chi la indossa: a bordo di quel traghetto Navarma diretto a Olbia e trasformato in una apocalisse di fuoco nella rada del porto di Livorno pochi minuti dopo la partenza.
In questa tempesta di simboli, l’anniversario in ricordo delle vittime del Moby piomba nell’ora in cui nelle chiese si celebra la morte di Dio, il Venerdì Santo, in cui anche l’altare e il tabernacolo celebrano una assenza che assedierà le vite di chi crede e forse anche di chi no.
In questi tempi così difficili, con la quotidianità frantumata e senza spazi collettivi in cui ritrovarsi, ecco che il quotidiano della comunità – com’è e come vogliamo sia Il Tirreno – diventa il veicolo per farla sentire ancora tale: senza la microfisica di vite atomizzate, ciascuna blindata dal virus e dal mondo nel chiuso di casa propria, come se non esistesse uno spazio possibile fra sé e il mondo, fra sé e il Potere. Lo spazio è qui: in quelle sedie – che nella foto sopra vedete per ora vuote – nel salone del nostro giornale, ci siete voi.
Lo spazio è anche un po’ più in là: davanti alla lapide che porta i nomi e i cognomi di quanti hanno visto inghiottire dal rogo del Moby i propri corpi e i propri sogni, appena potremo farlo, eccoci lì a mettere un fiore. A leggere una poesia, a cantare una canzone. A leggere le conclusioni della commissione d’inchiesta che, a distanza di oltre un quarto di secolo, accendono un qualche barlume di verità in quella notte nera. Come quando: 1) racconta l’accordo armatoriale «a soli due mesi dalla tragedia» come una sorta di parafulmine fra le proprietà di traghetto (Navarma) e petroliera (Agip), e le rispettive assicurazioni; 2) prova che non sono tutti morti nel giro di mezz’ora ma la vita a bordo è proseguita e dunque attesta l’assoluta inadeguatezza della macchina dei soccorsi; 3) ribalta la tesi sulla nebbia, adesso sparita dal menù delle cause principali; 4) indica che la petroliera stava nella zona vietata all’ancoraggio.
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