Il Tirreno

Livorno

la storia 

«Io, sopravvissuta alla rianimazione Ora a 43 anni pian piano torno alla vita»

Pietro Barghigiani

Antonella dal letto di ospedale: per i medici c’erano poche probabilità di farcela, sono stata in coma farmacologico per giorni

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LIVORNO

«Sì sono tornata alla vita! Questa malattia non mi ha tolto il sorriso né la voglia di vivere». Antonella parla da sopravvissuta. Lo fa dal letto di malattie infettive dell’ospedale di Livorno dopo aver passato quasi tre settimane in rianimazione. Sedata e intubata. Ha rischiato di subire una tracheotomia. Poi le cure e una dose di destino non quantificabile l’hanno risollevata. Ai familiari era stato detto che avrebbe avuto pochissime possibilità di farcela.

E invece la sua felicità ora si trasforma in un piacevole contagio. Se il coronavirus è stato definito come uno tsunami che ha colto il mondo impreparato a difendersi, Antonella Scotti, 43 anni, di Calcinaia, può ben dire di essere stata arruolata e scaraventata in una guerra mai dichiarata, ma da cui è uscita vincitrice. Attraverso il Tirreno il 17 marzo aveva lanciato da un letto d’ospedale un appello diretto: «Non sottovalutate il coronavirus, può colpire tutti». Non se ne vanno solo gli anziani e malati. Lei ha 43 anni e non aveva problemi di salute. Eppure è successo.

Antonella, dopo l’appello sul Tirreno la situazione si è aggravata.

«Sì, sono finita in rianimazione. Quindici giorni sedata e intubata. Non ho memoria di quel periodo. Ricordo solo l’ultima notte quando mi hanno portato in terapia intensiva per mettermi il “casco” perché non riuscivo a respirare da sola. Purtroppo non è bastato. Mi hanno intubata e non ricordo niente. Sono stata in coma farmacologico».

Dica la verità: ha pensato di morire?

«I medici avevano dato ai miei familiari pochissime speranze. Oltre a una forte infezione polmonare avevo febbre a 40-41° che i medici non riuscivano a mandare giù. E, quindi, tutte le cure provate non davano effetti. Avevano detto che non ce l’avrei fatta, ma io non lo sapevo. Poi sono riusciti ad abbassare la temperatura e grazie alla cura del medico di Napoli (il farmaco tocimizulab, ndr) piano piano le cose sono andate meglio. Ho provato a respirare da sola. Ce l’ho fatta, altrimenti avrebbero dovuto tracheotomizzarmi».

Proprio come uno tsunami.

«Ancora non mi rendo bene conto di dove sono e del tempo che è passato. I miei ricordi sono fermi al 17 marzo. Sono qui a raccontare e non ci credo, così come non ci avrebbero scommesso i medici. Devo dire grazie a Dio e al mio angelo che non ha mai abbandonato, come sempre del resto. Ma come sempre la forza più grande è stata mia figlia. Lei era la luce in fondo al tunnel. Quel tunnel lunghissimo».

Presto per le dimissioni?

«Sì. Ora sono tornata in malattie infettive. Devo dire che in ospedale ho trovato persone straordinarie. Non è solo un ringraziamento di circostanza. Sono stati i comportamenti delle persone a fare la differenza. In rianimazione ho trovato operatori con una sensibilità straordinaria. È stato incredibile il modo in cui sono stata trattata in un reparto così freddo che ha a che fare con la morte. Sono stata coccolata, mi hanno fatto sentire in famiglia rassicurata. Cercavano in tutti i modi di essermi vicini. Dal medico più importante alla donna delle pulizie. Ed è così anche nel reparto di malattie infettive dove mi trovo. Sentire il calore di queste persone ti fa sentire bene. In un periodo così lungo e lontano dagli affetti è una cosa importante. Ho acceso il telefonino dopo quasi tre settimane ed era pieno di messaggi. È bello sapere che in tanti mi hanno pensato».

Nel ritorno alla vita cosa farà appena sarà a casa?

«Spero di poter riabbracciare mia figlia e mio marito. Lui ora è in un albergo sanitario. Sta meglio, ma è ancora positivo». —

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