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economia

La Prysmian riparte, gli operai scioperano

Mauro Zucchelli
L’ingresso dello stabilimento Prysmian: nella zona del Picchianti dà lavoro a un centinaio di addetti (Foto Marzi)
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L’ingresso dello stabilimento Prysmian: nella zona del Picchianti dà lavoro a un centinaio di addetti (Foto Marzi)

I sindacati: è un atto unilaterale e non è una produzione indispensabile, prima di tutto la salute dei lavoratori

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Livorno. Oggi allo stabilimento Prysmian in zona Picchianti incroceranno le braccia per tutto il giorno i lavoratori che aderiranno all’iniziativa di lotta messa in campo dalle rappresentanze sindacali di fabbrica e sostenuta dalle segreterie territoriali delle organizzazioni Cgil Cisl Uil di categoria del settore chimici (Filctem, Femca e Uiltec). Lo sciopero però non è per reclamare aumenti in busta paga bensì per contestare la decisione dell’azienda di far ripartire la produzione anche in presenza delle restrizioni previste dal decreto anti-contagio di fronte all’emergenza coronavirus.

La Prysmian è una fabbrica poco conosciuta del sistema produttivo livornese. Qui da noi lavorano un centinaio dei 30mila addetti disseminati in cinquanta Paesi. È nata dalla costola della Pirelli (Sice) che fino agli anni ’80 era sul viale Carducci accanto al Parterre e quindici anni fa è stata staccata dalla casa-madre e, dopo una breve fase nella galassia di Goldman Sachs, diventa una sorta di public company internazionale con 11 miliardi di fatturato, 3, 9 miliardi di euro di capitalizzazione di Borsa e una proprietà spezzettata con piccole quote in mano alla Banca di Norvegia, a una controllata del finanziere Giovanni Tamburi e a un fondo di Baltimora. È una produzione di eccellenza per giunti di cavi ad alta tensione e fibra che vengono impiegati anche nelle grandi dorsali sottomarine della comunicazione, lo dicono gli stessi sindacalisti sottolineando che il gruppo punta molto sulla qualità dello stabilimento labronico e che fin qui le relazioni sindacali sono sempre state corrette, anzi buone.

Dal provvedimento di chiusura delle fabbriche i lavoratori di Prysmian a Livorno erano stati collocati in cassa integrazione d’intesa con i sindacati: il codice Ateco dell’azienda non rientrava fra quelli che avevano l’autorizzazione a rimanere aperto. «Ma sabato scorso – rileva Gianluca Persico, esponente della segreteria Filctem Cgil – l’azienda ha comunicato che avrebbe fatto richiesta di deroga. Di istanze simili nel nostro territorio se ne contano 1.400 e funziona con il meccanismo del silenzio-assenso, dunque l’azienda ha fatto ripartire la produzione». Il motivo? Erano arrivate richieste dall’estero per beni indispensabili in settori strategici, si riferisce dalla trincea sindacale ribadendo però che in realtà stiamo parlando di una situazione non emergenziale, semmai c’è probabilmente la volontà di voler mantenere o conquistare quote di mercato.
«È una decisione unilaterale, inaccettabile e incomprensibile», hanno detto le Rsu e le organizzazioni Cgil Cisl Uil di categoria.

Ecco che dal fronte sindacale si stanno effettuando «approfondimenti – viene messo in rilievo nell’annuncio dello sciopero – per capire se la produzione Prysmian abbia davvero i requisiti per essere considerata un’attività essenziale ai sensi del recente decreto emanato dal premier Giuseppe Conte».
Di fronte al meccanismo del silenzio-assenso, la mossa sindacale punta a rendere esplicito il problema e a accendere i riflettori sul caso Prysmian: vengono contestate «in modo netto le modalità e le tempistiche utilizzate dal gruppo Prysmian per comunicare a lavoratori e sindacati l’intenzione di riaprire la produzione»: di fatto, una richiesta al prefetto Gianfranco Tomao perché affronti la situazione e neghi l’ok alla riattivazione della produzione.

Come ripete la nota delle rappresentanze sindacali aziendali e delle sigle dei chimici, al centro dell’attenzione dev’essere messa la tutela della salute dei lavoratori. C’è bisogno di garantire «l’applicazione delle misure necessarie a garantire la massima sicurezza ai lavoratori, attuando rigidamente il protocollo condiviso» per contenere la diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro: parola del sindacato di fabbrica che chiede esplicitamente il coinvolgimento del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza «e di tutta la Rsu».

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