Il Tirreno

Livorno

Così i nostri nonni sconfissero il colera nella calda estate di cent’anni fa

MAURO ZUCCHELLI

Il figlio del fondatore del giornale e il librettista di Cavalleria rusticana in guerra contro l’epidemia che ammazza mezzo migliaio di livornesi 

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LE STORIE, LA STORIA

MAURO ZUCCHELLI

Mai stata qualcosa del genere nella nostra storia. È vero solo a metà, e non c’entrano i bombardamenti alleati o i rastrellamenti nazisti al tempo della guerra: i livornesi hanno dovuto affrontar a mani nude una epidemia di colera che fece 460 morti in poche settimane, più della metà degli 827 casi accertati (285 nel rione Centro, poco meno di 200 a San Marco, 131 in Borgo Cappuccini e quasi altrettanti in Venezia...). Non stiamo parlando degli anni del granduca o di quando Livorno era un villaggetto di pescatori: era il 1911 e i nostri bisnonni – anzi, parecchi dei nostri nonni – lo hanno vissuto sulla propria pelle.

C’è rimasto qualcosa di allora: come sul Tirreno raccontava Ugo Canessa, prezioso studioso di storie labroniche, il fabbricato ai margini di piazza Damiano Chiesa con un porticato a tre arcate – sede della circoscrizione 4 e ora di una banca – era stato utilizzato dalle autorità locali come ospedale per fronteggiare l’epidemia. In realtà, quell’ospedale era già stato allestito in occasione della precedente epidemia di colera: nel 1893, quando colpì soprattutto nel rione Venezia causando 173 decessi.

Ma andando a ritroso se ne trova traccia anche di altre. Ad esempio, quella del 1835 (con 1.132 vittime), piombata fra noi da un bastimento proveniente da Marsiglia causando lo stop di ogni attività. Due anni più tardi il bis con altri 311 morti, nel 1854 a portarla sono probabilmente due navi in arrivo da uno scalo francese (593 morti), nel 1867 il vascello del contagio proviene da Tunisi e ammazza 824 persone.

il lungomare dei lazzeretti

Salta fuori spesso il contagio via mare: del resto, prima che il lungomare diventasse la passeggiata di piacere era un susseguirsi di lazzeretti. Al posto di quello di San Rocco la famiglia Orlando creerà il cantiere navale, in luogo di quelli di San Jacopo e San Leopoldo l’ammiraglio-ministro Benedetto Brin costruirà l’Accademia Navale. Nell’epidemia del 1911 invece i contagiati venivano spediti, incrociando le dita, al lazzeretto di Collinaia e i loro familiari nei cosiddetti “locali di contumacia” (fra Coteto e Villa Mugnai a Valle Benedetta), come ricorda Monica Moschei, funzionaria di Palazzo Civico, in un dossier per il portale archivistico regionale.

Il contagio arriva agli inizi di luglio. Bella stagione, e il lungomare in tutto lo splendore che lo scrittore Aldo Palazzeschi, quello delle “Sorelle Materassi”, racconterà da adulto ritornando con la memoria ai suoi occhi di bambino nella transumanza della buona borghesia fiorentina che va alle “bagnature di mare”. Erano gli anni in cui un bello spicchio dei Casini d’Ardenza era in mano al barone Herbert von Beneckendorff und von Hindenburg, parente diretto del gran feldmaresciallo del Reich che era al governo a Berlino (e darà a Hitler le chiavi della Germania pensando di intortarselo). Si capisce bene come mai la stampa locale pubblicasse i nomi dei «graditissimi signori Ospiti» a mo’ di affettuoso benvenuto.

all’inizio è sottovalutata

È vero che per più di due settimane i casi di colera si contano sulle dita di una mano o tutt’al più due, lo attesta la “Relazione dell’Ufficiale Sanitario del Comune dott. Luigi Salmi”: «L’epidemia di colera si sviluppò dai primi giorni del mese di luglio 1911 esattamente dal giorno 6 luglio con n. 2 casi; il giorno 9 nessun caso e si è mantenuta fino al giorno 23 luglio, non oltrepassando gli 8 casi». Ma all’inizio i giornali labronici battono un altro doppio tasto. Da un lato, gridano al complotto: ce l’hanno con quanti vogliono screditare Livorno diffondendo “male voci” e brontolano perché in altre città si respinge chi arriva da Livorno. Dall’altro, si susseguono consigli d’igiene e delibere del sindaco: meglio lavare bene il cibo, preferibile bollire l’acqua, ecco il divieto di vendere frutti di mare.

Solo che, in mezzo al giovane operaio emigrato che scopre di aver le corna in Borgo o l’incendio di 7mila quintali di fieno a Stagno, la rubrichetta dello stato civile non mente: il 20 settembre nascono nove bebè ma la lista dei morti arriva a 23 (cinque dei quali sono sotto i cinque anni e solo un paio hanno superato i sessanta). Ci penserà poi “Il telegrafo” a ricostruire che tutto era cominciato da due casi in via Galilei, forse nell’ambiente dei pescatori: per un po’ il vibrione del colera resterà «il coso», poi diventerà «il morbo che l’attrista».

Colpa dell’acquedotto

Nel mirino finisce il servizio di acquedotto. Ecco che il Comune mette in piedi un servizio di distribuzione dell’acqua mediante “botti a cavalli”: «in via Goito, in Borgo Cappuccini, in piazza Magenta, in via Cecconi angolo corso Umberto, in via Garibaldi angolo via Riseccoli» e in un’altra dozzina di crocicchi. Le cisterne galleggianti invece eccole nel fosso in piazza Carlo Alberto (cioè piazza della Repubblica) in piazza Manin, sugli scali Cialdini e nello scaletto del Cantiere degli Orlando. Senza contare i punti di distribuzione di acqua bollita, a cominciare da quello nei sotterranei del Mercato. Il bastimento Florio è stato spedito a approvvigionarsi di «180 tonnellate di acqua del Serino» mentre il maestro Giacomo Puccini mette mano al portafogli e manda tramite l’onorevole Orlando «lire 200» alla sottoscrizione del Comitato livornese di beneficenza».

L’acqua c’entra davvero. Livorno era all’avanguardia per una serie di dotazioni da città moderna come lampioni, trasporti pubblici e cinema ma le fogne e acquedotto proprio no: i liquami si disperdevano nel sottosuolo o nei fossi sperando che la puzza si sentisse un po’ più in là, ma nel ventre sotterraneo della città passavano anche condutture idriche fatiscenti. Ecco perché accelera il progetto del nuovo acquedotto con l’idea di andare a prendere a Filettole l’acqua dal Serchio, è la scelta strategica infrastrutturale che ancora oggi dà da bere ai livornesi. È firmato dall’assessore Guido Donegani, esponente di una dynasty imprenditoriale labronica imparentata con i Corridi: lo ritroveremo alla testa del sogno della chimica made in Italy con la Montecatini al tempo del fascio. L’eredità di questa storia è sì il nuovo acquedotto ma anche la carica solidale – spiega Moschei – che consentirà alla città di uscire dall’epidemia: in molti, inclusi tanti fra i massimi responsabili, lavorarono gratis.

ivo bandi e il librettista di mascagni

Ci sono anche altre figure sul palcoscenico di questa storia. L’una è quella di Giovanni Targioni Tozzetti, che appena il giorno prima del via al contagio era diventato sindaco di una giunta che ha in squadra anche Giotto Bizzarrini, omonimo del nipote super-ingegnere da super-car. Il neo-sindaco ha alle spalle un casato illustre: e lui non è solo il librettista della “Cavalleria rusticana” (con Guido Menasci), capolavoro di Pietro Mascagni, era stato anche direttore del “Telegrafo”, progenitore del Tirreno. Anche l’altro ha a che fare con il nostro giornale: la figura dell’eroe senza paura che debella il “crudele morbo” è quella del prof. Ivo Bandi come soprintendente dell’ufficio di igiene del Comune. Il cognome ci dice qualcosa: è il figlio di Giuseppe Bandi, l’ex garibaldino che ha fondato “Il telegrafo”. Microbiologo che a 34 anni fonda in Brasile l’istituto Pasteur e crea a Siena col prof. Sclavo l’istituto sierologico che è da un secolo un faro di scienza.

Cosa fa Bandi junior? Un decalogo di cose relativamente semplici: 1) via i pagliericci sporchi; 2) disinfezione anche di case senza contagiati; 3) disinfettanti distribuite gratis in dispensari sparsi per la città; 4) vigili sanitari che piantonano gli infettati e fanno i controlli nei negozi; 5) più controlli sulle merci in porto; 6) vietata la vendita di gelati, limonate e fichi dagli ambulanti; 7) pozzi neri svuotati e disinfettati con la soda caustica; 8) a Coteto un polo per disinfettare con il vapore; 9) pool di tre medici e sei studenti al sesto anno per guidare le équipe di disinfezione; 10) la richiesta di vietare il pellegrinaggio dell’8 settembre al santuario di Montenero per timore di nuovi focolai a causa della folla di fedeli.

quasi Come la grande guerra

Il colera costringerà la città a pagare un prezzo altissimo in termini di vite: mica tante meno del sangue versato di lì a poco sui campi di battaglia nella Grande Guerra e, subito dopo, l’influenza spagnola. Ma queste sono già altre storie: e comunque prima ancora che Gavrilo Princip ammazzi l’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono asburgico, la miccia che farà esplodere la prima guerra mondiale, basta attendere la fine di quel settembre 1911 per sentir tuonare i cannoni della propaganda: a far sparire anche il ricordo del colera era bastato il malvagio ottomano da castigare con una bella “guerra di Libia”. —

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di Redazione web