Il Tirreno

Livorno

la prevenzione e la “sanità di guerra” 

L’effetto Covid dove non c’è Dietro quei 59 morti in più

Mauro Zucchelli

La mortalità fa a marzo un balzo del 30% nella nostra città: colpa forse del virus ma anche del rallentamento di visite, esami e controlli a tanti “plurimalati”

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Mauro Zucchelli / LIVORNO

Undici persone morte per il coronavirus o comunque con il coronavirus che ha accelerato i guai di altre malattie già esistenti. Eppure nei conti c’è qualcosa che non quadra: 262 decessi nel corso del marzo appena concluso, dicono gli uffici municipali, 203 nello stesso mese dello scorso anno. Cinquantanove morti in più, cosa sta succedendo? Forse anche qui da noi questo maledetto virus che si trasmette con la facilità d’un fuoco in un pagliaio sta colpendo in silenzio e fuori da ogni radar?

numeri e sospetti

E’ il sospetto che hanno in parecchie città della Lombardia: a Bergamo nelle prime tre settimane di marzo si sono contati 398 morti (per tutte le cause, non solo coronavirus), nel quinquennio precedente la media non era andata oltre quota 91. Più che quadruplicati di colpo. Di più: a Brescia sono balzati a 381 quest'anno da uno standard di 134 in tutta la seconda metà del decennio precedente. Quasi triplicata la mortalità anche a Piacenza e a Pesaro, più 72% in un pool di piccoli municipi friulani "fotografati" dall'Istat e nella zona di Savona si è schizzati da 62 a 93.

E qui da noi? L’impennata da 203 a 262 decessi vale un balzo del 29%. Difficile immaginarlo semplicemente come l’oscillazione fisiologica del dato statistico. In un periodo senza particolari ondate di freddo e comunque vissuto al riparo delle quattro mura di casa perché tutti rinchiusi per il decreto anti-contagio. Se 59 sono i morti in più e undici sono quelli ufficialmente attribuibili in modo più o meno diretto alla presenza del coronavirus, resta il rebus di una cinquantina di decessi

Cosa dicono gli addetti ai lavori

Per cercare la risposta abbiamo parlato a taccuino chiuso e microfono spento con chi, dalle visite mediche domiciliari, dal letto di lungodegente o dalla camera d’ospedale fino alla morgue e alla tomba, per mestiere vive quotidianamente – l’ha fatto prima, normalmente, e lo fa ora, con l’epidemia – l’esperienza della malattia cronica o acuta così come del trapasso. Lo abbiamo fatto cercando dentro strutture e servizi pubblici ma anche seguendo degenti e decessi anziché statistiche: malati in carne e ossa, defunti con un nome e cognome. Per avere risposta a una domanda: è possibile che i morti per via del Covid-19 siano cinque volte più di quanto si crede? Ipotesi choccante ma non inedita: non è forse vero che non fake news da babbei social bensì illustri ricercatori di prestigiosi istituti di ricerca immaginano che alla fine ci ritroveremo con uno standard di contagiati che nella nostra provincia arriverebbe a toccare 30mila persone, cioè 100 volte più di adesso.

Smettiamola di pensare che oggi si muoia solo di coronavirus o comunque per gli effetti che innesca. Al contrario, anche adesso che siamo nel bel mezzo dell’emergenza sanitaria più complicata degli ultimi tre quarti di secolo si muore spesso “normalmente”: d’infarto o di tumore, di epatite virale o di pancreatite, di Alzheimer o di malattie cerebrovascolari (e, siccome quasi tutte le attività sono bloccate, assai meno di prima per incidente stradale o per infortunio sul lavoro).

fuori dal conto

Ascoltando gli addetti ai lavori emerge che qualche decesso per coronavirus può esser rimasto fuori dal conto. Come? Difficile che, in una fase così complicata, si impegnino risorse del sistema sanitario per capire di cosa è davvero morto un anziano magari già sul filo del rasoio perché costretto da anni a fare i conti con differenti patologie gravi: soprattutto se il decesso è avvenuto fuori dall’ospedale. Ma, stando alle informazioni confidenziali raccolte, questo però non spiegherebbe il punto interrogativo su quei quasi 50 morti in più. «Andando un po’ parecchio a spanne, potremmo arrivare a dire che i morti di Covid-19 potrebbero essere una ventina, certo non quasi sessanta», dice uno degli interpellati.

Ecco che, mettendo insieme i tasselli del puzzle, salta fuori quel che sta accadendo ai tanti malati “normali” che in questo periodo si arrangiano a scansare i guai. Tanto per capirci: nella nostra città si contano 585 persone che hanno almeno novant’anni.

l’effetto indiretto

«Il coronavirus non è la causa diretta della fine di tante persone con gravi patologie croniche ma un po’ sì», dice una delle fonti interpellate. In che senso? «Il sistema sanitario – l’argomentare è riassumibile così - è impegnato con tutte le risorse possibili nella guerra contro questa epidemia e tutto il resto passa ovviamente in secondo piano». Tradotto: spesso non è la struttura ospedaliera a respingere i malati (anche se molti controlli di routine sono sospesi) bensì sono gli stessi pazienti a voler girare alla larga dall’ospedale, lo vedono come un luogo di potenziale rischio anziché come la struttura dove andare a soddisfare il proprio bisogno di salute. Un indizio: il pronto soccorso era intasato da 180-200 richieste di accesso ogni giorno, ora sono 40-50. Un altro: le uscite delle ambulanze in alcuni giorni non arrivano neanche lontanamente alla metà di una giornata tipo di qualche mese fa, «e talvolta nemmeno la metà della metà».

«La nostra sanità è quello che è e nessuno se la immagina come il santuario delle meraviglie, ma – dice uno dei nostri interlocutori – stiamo sperimentando cosa vuol dire quanta salute in meno (e quanti morti in più) avremmo se non ci fosse tutto l’apparato di visite, esami, controlli per i quali tutti quanti si lamentano quando sono in fila. Ora non brontola nessuno ma si muore di più». Quasi uno su 3 in più: ai tempi del coronavirus, anche se (forse) non di coronavirus. —

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