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Livorno

Coronavirus, i caschi per l’ossigeno della Fondazione arrivano a Rianimazione

Coronavirus, i caschi per l’ossigeno della Fondazione arrivano a Rianimazione

Consegnato il primo kit di materiale: il loro utilizzo permette di tenere espansi i polmoni senza bisogno dell’intubazione

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LIVORNO. Come ha raccontato nell’intervista al Tirreno di tre giorni fa il primario di Rianimazione Paolo Roncucci, è arrivato in ospedale il primo contingente di caschi per la ventilazione donati dalla Fondazione Livorno. «Per gli atri siamo in lista di attesa e l’azienda che li produce sta facendo il possibile per accelerarne l’invio», spiega la Fondazione.

La speranza è che con questa dotazione il team di medici e infermieri della Terapia Intensiva possa affrontare un eventuale picco di contagi, allestendo 33 nuove postazioni per pazienti affetti da Covid 19 che necessitano di un intervento immediato per problemi di ossigenazione. Appena arrivati, i caschi sono stati sottoposti ad una verifica di conformità d'uso e già sono stati trattati i primi pazienti. Il prodotto è stato ritenuto ottimo e rappresenta in questo momento uno strumento di lavoro molto utile.

Ai ringraziamenti pervenuti dal dottor Paolo Roncucci, responsabile del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Livorno e “da tutti i medici ed infermieri del reparto per questa generosa donazione”, «la Fondazione Livorno risponde facendo propria l’immensa gratitudine e il riconoscimento di tutta la collettività nei confronti di questi infermieri e medici e di tutti gli altri che sono scesi in campo per contrastare l’emergenza coronavirus», dice il presidente Riccardo Vitti.

«L’abnegazione con cui stanno portando avanti la loro attività e il rischio a cui si sottopongono, coinvolgendo anche le proprie famiglie – continua Vitti - è un grande esempio di come questa professione possa rappresentare una vera e propria missione di umanità».

I caschi per la ventilazione sono il passo precedente all’intubazione. Hanno quindi una funzione fondamentale nel trattamento dei pazienti più gravi o in corso di aggravamento: il loro utilizzo può infatti evitare la ventilazione meccanica invasiva con tutto ciò che essa comporta. «Servono a tenere i polmoni espansi e a migliorare l'ossigenazione», ha spiegato il primario Roncucci. «Più di tanto però non si possono tenere. Attraverso il loro utilizzo si vede come va il paziente, nel giro di uno, due giorni si capisce l’andamento. Se le condizioni si aggravano si deve passare ad una ventilazione invasiva attraverso il tubo che però richiede la sedazione e tempi estremamente lunghi, quando va bene».
 

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