Il Tirreno

Livorno

I gloriosi cento anni di Giovanni Andreani: carro armato sulla torta e un secolo di ricordi

Flavio Lombardi
I gloriosi cento anni di Giovanni Andreani: carro armato sulla torta e un secolo di ricordi

Il liceo classico, le imprese eroiche durante la seconda guerra mondiale, il lavoro di ingegnere e una bella famiglia che lo festeggia 

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LIVORNO. Dall’Ontario, negli Stati Uniti, la figlia Adriana ed i nipoti Nicola (medico a Kingston) e Daniela avevano già prenotato il volo per venirlo a festeggiare. Lasciando a casa i loro figli Sarah, Michael, Emma, William e Claire. L’emergenza coronavirus ha stravolto i piani, annullato il volo, cancellata ogni speranza di salutarlo e dargli una mano a spegnere le 100 candeline. «Fortuna, che hanno rimborsato i soldi», dice divertito Giovanni Andreani che proprio ieri ha festeggiato il centenario.

Due figli, la femmina, sposata tanti anni fa con un geologo che poi si è stabilito in Canada, e Nello, classe ’50, geologo pure lui, ormai a riposo ma che seguì direttamente fra i suoi tanti incarichi, la palificazione delle fondamente dell’Ipercoop e quella delle Torri sempre a Porta a Terra. Una vita lunga un secolo, «ma anche di più, mi sento sempre in gamba», il suo compleanno l’ha festeggiato ieri, raggiungendo quel traguardo di una corsa iniziata il 29 marzo 1920, all’Attias, perché la famiglia Andreani (che ha un altro Giovanni che è stato garibaldino), aveva una abitazione anche all’Elba e per tradizione se c’era un bimbo di mezzo, doveva nascere a Livorno.

Primo vagito in casa, come usava all’epoca, poi sull’isola, a Porto Azzurro per venire poi a Livorno per fare il liceo classico Niccolini. Formazione classica, poi lo scoppio della guerra, il reclutamento come volontario nei carristi spediti in Africa, il siluramento della nave Conte Rosso a picco in 4 minuti portandosi dietro oltre 1400 giovani soldati «ma io ragazzo cresciuto fra l’Elba e la mi’ Livorno, per fortuna sapevo nuotare bene» ci tiene a precisare lui. Salvato dopo un giorno a mare dalla Pegaso, portato a Napoli e poi imbarcato di nuovo per il continente nero.

Nel famoso 132° reggimento carri, medaglia d’oro al valor militare, partecipò ai primi scontri con gli inglesi e durante una offensiva violenta, viene colpito una prima volta perdendo metà dell’equipaggio, e poi una seconda, mentre dalla torretta, ferito, continuava a sparare con la mitragliatrice. Un altro pezzo esplose attraversando il carro e salvandolo miracolosamente . Salvato dai bersaglieri e portato in ospedale da campo, rientrò in Italia portandosi dietro per altri due o tre anni nel dopo guerra i postumi di quelle ferite «ogni tanto venivano ancora fuori piccole schegge di proiettile o di osso. Ma anche filamenti di divisa».

Con il ritardo portato dalla guerra, riuscì a laurearsi a fine conflitto in ingegneria meccanica, diventando insegnante all’Iti per un paio d’anni. Poi nel ’50, l’ingresso alla Stanic, partecipando attivamente alla ricostruzione della raffineria, la rimessa in moto dei nuovi impianti. Fino alla pensione negli anni ’80. Medaglia d’argento al valor militare, croce di guerra, ma anche incarico di presidente dei decorati al valor militare del Nastro Azzurro e della Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Livorno. Infine, Cavaliere Ufficiale della Repubblica. Un uomo sempre attivo, simpatico a tutti quelli che lo conoscono anche solo per due chiacchiere. Il figlio, Nello, confida. «Quello che gli manca tanto ora, è il contatto con le persone. Gli piace andare a fare la spesa, ma ora lo tengo a casa ed esco io per le necessità. Le signore del mercato centrale mi domandano sempre di lui. Abbiamo festeggiato il compleanno con quella torta commissionata e con soggetto il carro armato a lui caro; senza alcuni parenti ed amici livornesi che sarebbero altrimenti venuti. E’ un po’ triste, ma era certo necessario. Magari il 101esimo lo festeggeremo riprendendoci quello a cui che oggi la situazione ci impone di rinunciare».


 

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