Il Tirreno

Livorno

Coronavirus: dimezzate le navi, spariti turisti e crociere. Cassa integrazione alla Porto 2000

Mauro Zucchelli
Una veduta del porto di Livorno (foto Dario Marzi)
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Una veduta del porto di Livorno (foto Dario Marzi)

Livorno: i traffici merci reggono ancora, ma preoccupano le sorti dell’export verso gli Usa e le auto nuove sono ferme sui piazzali

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LIVORNO. Sparite le crociere: cancellate quelle di marzo e di aprile, in teoria a maggio ne sono previste ancora 40 sulle 59 messe in preventivo ma dal fronte delle compagnie di navigazione non passa giorno senza che si susseguano le disdette, anzi ci sono già avvisaglie di arrivi revocati nella prima metà di giugno. Quasi spariti i traghetti: il decreto della ministra delle infrastrutture Paola De Micheli blocca il flusso di passeggeri da e per la Sardegna, resistono solo le partenze giornaliere per la Capraia e solo un traghetto per Bastia un giorno sì e uno no, visto che Corsica Ferries ha concentrato su Livorno tutta la relazione fra Italia e l'isola francese nel “mare nostrum”.

Il porto di Livorno, al pari degli altri scali, non è bloccato dal decreto anti-contagio: anzi, il flusso di merci via mare è considerato fondamentale per garantire gli approvvigionamenti e evitare il collasso del sistema Paese. Al tempo stesso, non è ovviamente senza conseguenze il fatto che ormai quasi tutta la metà industrializzata del pianeta sia in tilt per il coronavirus: meno domanda di merci, logico che al di fuori dei generi alimentari meno merci stiano viaggiando. E probabilmente ancora meno viaggeranno, visto che gli Stati Uniti sono ora al primo posto per numero di contagiati: e il porto di Livorno è da sempre specializzato nell’export verso gli Usa.

Secondo fonti della Capitaneria, nell’ultima settimana si è pressoché dimezzato l’arrivo di navi nel porto di Livorno: «Adesso il ritmo è di 10-12 al giorno rispetto allo standard precedente di 20-22». Sul fronte merci finora la diminuzione non c’è o quantomeno è piuttosto limitata, il calo si registra quasi per intero sul versante dei passeggeri. I collegamenti di linea con le “nostre” isole sono ridotti tutt’al più a 3-4 al giorno e praticamente solo camion via mare.

Ma, siccome quanto ai traghetti merci in arrivo e in partenza da Olbia e altri scali sardi, le compagnie si appoggiano agli accosti di Ltm (Moby) o in radice di Darsena Toscana (Grimaldi), ecco che per la Porto 2000 – la società del porto passeggeri privatizzata nel luglio 2018 con il passaggio al tandem Moby-Msc – il lavoro si è ridotto ai minimi termini: è stata chiesta la cassa integrazione per i 65 addetti a tempo indeterminato: a rotazione per garantire comunque che quel poco di lavoro che c'è abbia il supporto operativo necessario, il personale è stato suddiviso in gruppi fissi così da limitare le ripercussioni in termini di quarantene nel malaugurato caso di eventuali contagi.

Durata nove settimane, poi si vedrà: inutile dire che, in un ritorno alla normalità prevedibilmente lento e per tappe successive, difficilmente i flussi turistici saranno fra le prime cose a rimettersi in moto. Dipende dal fatto che ci vorrà un po' per ricominciare a trovare la voglia di spendere per divertirsi. E, anche se fosse, è arduo credere che dopo la drastica misura del tutti a casa si ricominci daccapo con l'andirivieni di persone dai quattro angoli del mondo.

Ma intanto restano tagliati fuori gli oltre trenta precari che ad ogni stagione, dal 1° aprile, vengono chiamati al lavoro per reggere la stagione delle love boat: per loro, al centro di una storica battaglia sindacale, non c’è l’ “ombrello” della cassa integrazione. Peccato, perché si arrivava da un 2019 in cui il traffico dei turisti a bordo dei traghetti era arrivato a livelli record (2,7 milioni di passeggeri) con una crescita del 3,1%, e fra le love boat si erano superati gli 830mila arrivi (più 5,8%). E i programmi schedulati per quest’anno lasciavano immaginare ulteriori incrementi...

Del resto, le prospettive si fanno ancor più preoccupanti se pensiamo che i guai negli altri porti sono, se possibile, perfino peggiori: basti dire che Stefano Messina, numero uno di Assoarmatori, ha segnalato come dal raffronto con le cifre medie degli ultimi anni gli armatori operanti nei traghetti «nell'ultimo mese hanno incassato circa cinquanta volte di meno». Tradotto: dalle flotte dei traghetti arriva un sos disperato («o arrivano misure urgenti o non ci sarà altra alternativa al blocco dei collegamenti nazionali»).

La “cassa” è stata chiesta anche da aziende dell’autotrasporto: come ad esempio il consorzio guidato da Marcello Magagnini che conta 130 addetti. Secondo modalità per cui si “consuma” lo stock delle ore autorizzate a seconda di come si modula la riduzione dei carichi di lavoro. «Per ora i traffici non sono calati molto ma ci sono segnali preoccupanti nelle ultime ore», dicono dal quartier generale di uno degli operatori sul fronte merci sottolineando che si gioca tutto sui numeri della prossima settimana».

Ma al presente nei terminal c’è un altro tipo di problema: è arrivata merce che però resta qui senza essere inoltrata a destinazione. Questo vale soprattutto per lo stoccaggio di auto nuove. Non basta: il problema coinvolge anche i container in viaggio, nei porti italiani arrivano 200mila teu a settimana, a Livorno sono quasi 70mila in un mese. Per i vertici di Confetra, l’organizzazione di categoria che raggruppa oltre 30mila imprese di logistica, «il 60% rischia di non poter quindi giungere a destinazione. Dove li mettiamo?». —
 

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