Lutto
Coronavirus, i morti senza pianti né pace con un funerale che non c'è
Il vescovo va a pregare alla Purificazione per «rendere omaggio a nome di tutti». Quasi 200 defunti “normali” che un destino ingiusto defrauda dell’ultimo abbraccio
LIVORNO. Il vescovo Simone Giusti disegna nell’aria con la mano un gesto che vale una benedizione: davanti a lui c’è la distesa di tombe del campo maggiore del cimitero della Purificazione a Barriera Roma, mentre un vento di grecale diaccio e maligno spazza ogni residuo di ottimismo da una mattinata col magone. Lo fa nel giorno in cui quasi tutti i vescovi italiani sono andati in un cimitero a dire una preghiera. «C’era bisogno di una parola qualcosa che rompesse il silenzio del cimitero chiuso, c’era bisogno di un segno della croce che prendesse in carico tutti i morti che in questo periodo non hanno potuto essere accompagnati dai loro cari». Il coronavirus contagia e talvolta uccide: ma – questo l’argomentare dietro le parole del vescovo – sequestra il dolore e lo rinchiude in una prigione ben più angusta e opprimente delle quattro mura domestiche in cui siamo rinchiusi noi vivi in questa emergenza che sembra non finire mai.
E guardate che non stiamo parlando solo di quanti sono morti per questo dannato virus: nell’ultimo mese hanno chiuso gli occhi per sempre quasi duecento persone. Morti “normali”, che non hanno nulla a che vedere con il Covid-19 ma semmai se ne sono andate per un tumore, per una pancreatite, per un infarto o chissà cosa, eppure anche loro e i loro cari sono stati “contagiati” dagli effetti del coronavirus. «Io non ho una soluzione ma ho un problema», dice il monsignore architetto (accompagnato dal cappellano padre Gabriele Bezzi): «Ci sono centinaia di famiglie che non possono neanche piangere i loro morti. Scippati del loro dolore? Sì, anche se ovviamente so bene che il rispetto delle misure anti-contagio è essenziale per difendere i vivi. Ma io dico: prendiamoci cura anche del loro dolore se vogliamo fare in modo che la situazione non ci sfugga di mano».
Non riguarda solo i morti per via del coronavirus ma tutti i decessi di questo periodo. Non è tutto: è il terrore che paralizza migliaia di persone. Tanti anziani dalla salute malandata o semplicemente con l’inevitabile carico di acciacchi dell’età avanzata: molti già alle prese con i guai del vivere in solitudine l’ultimo spicchio dell’esistenza, parecchi in casa dei figli o con la badante dell’Est. Senza contare le centinaia di “nonni” che, per esser difesi dal rischio di contagio dall’esterno, sono stati segregati – anzi, sigillati e rinchiusi a doppia mandata – dentro le case di riposo diventate ovviamente inaccessibili peggio che fortezze medicee. Non ci sono soltanto loro: c’è da mettere nel conto anche il gran numero di famiglie che hanno il terrore di esser tagliate fuori proprio quando sarebbe più importante tener per mano l’anziano genitore che sta per andarsene…
Il vescovo cita il caso di un ultrasettantenne morto «forse anche perché non c’era nessuno che poteva tenergli il respiratore attaccato al volto quando lui faceva di tutto per toglierselo: mi dicono che sia una reazione non rara perché è una respirazione al quale non è spontaneo abituarsi, ci si sente come affogare». Poi aggiunge: «Non ci poteva essere il personale sanitario, costretto in questo periodo a fare i salti mortali per le troppe urgenze; non ci poteva esser la figlia, perché tagliata fuori dalla possibilità di assisterlo. Sia chiaro, non punto il dito: segnalo un fatto, anzi un dolore». I funerali ai tempi del coronavirus non sono un rito ma, inevitabilmente eppure così dolorosamente, una preoccupazione sanitaria da sbrigare nel più breve tempo possibile. Dalle testimonianze raccolte risulta, ad esempio, che con l’accertamento mediante elettrocardiogramma si eviti la classica esposizione per le 24 ore di rito almeno per chi muore in ospedale.
Chiuse al pubblico le stanzine della morgue, salma visibile solo per un quarto d’ora – una persona per volta e solo gli strettissimi parenti – prima di esser portata via al camposanto. Lo dice chiaro e tondo l'avviso al cimitero dei Lupi: alle esequie, così come alla sepoltura oppure alla cremazione e al ritiro delle ceneri), può essere presente solo il coniuge del defunto e i parenti di primo grado del defunto, cioè figli e genitori. Per capirci: fuori gli amici e i vicini di casa, fuori i nipoti, gli zii, i cognati, i suoceri e tutto il resto. E comunque stando alla distanza anti-contagio di almeno un metro l'uno dall'altro. Non avete potuto tenergli la mano prima, non potete dargli l’ultimo abbraccio dopo: e, lo ripetiamo, qui il coronavirus non c’è. «E’ uno straordinario carico di sofferenza: negata, compressa, neanche esprimibile. Bisogna trovare il modo di non lasciarla imprigionata», dice il vescovo.
Giovedì se n’è andato don Giovanni Sassano, 86 anni, padre salesiano livornese, una vocazione maturata durante un’altra emergenza, quella delle bombe della guerra e delle macerie d’una città da ricostruire daccapo, quasi uscio e bottega visto che da ragazzo abitava davanti alla chiesa di viale Risorgimento: «C’è poco da fare, sono questi i tempi che ci sono dati da vivere: penso – dice suo fratello, Enrico Sassano, diacono e ex responsabile della Caritas – che tutto porti la nostra gente a riscoprire il gusto di gesti semplici e essenziali. Il distacco è sempre uno strappo ma so che mio fratello è nella casa del Padre».
«Non abbiamo potuto dare l’addio a mio nonno Bruno al quale ero molto affezionato», dice Diego Collaveri, scrittore, che accanto al suo commissario Botteghi aveva messo proprio il personaggio di nonno Bruno ispirato a lui. «Ma il dolore ognuno lo vive a modo suo, credo che cimiteri e funerali servano più ai vivi che a chi non c’è più. E comunque adesso l’addio ai defunti è una processione social di post». «Non sono molto religioso ma credo di capire il senso di mancanza che prova chi si vede togliere la possibilità di dare con un rito solenne l’ultimo saluto al proprio caro estinto», sostiene l’imprenditore Enrico Cafferata, colpito pochi giorni fa dalla morte del padre Emilio. «Ma questo è il presente e con questo virus non si scherza».
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