Gioco
Ora i tamponi si analizzano dentro l’ospedale di Livorno: «Risultati in 5 ore, possiamo farne 200 al giorno»
La direttrice del laboratorio Elisabetta Stenner ha creato un team ad hoc (con 10 donne e un uomo): «Così riduciamo i tempi di risposta»
LIVORNO. In principio era lo Spallanzani di Roma. Era lì, all'istituto nazionale per le malattie infettive, che si esaminavano i campioni di casi sospetti di Covid 19. Poi il test è stato esteso in tutta Italia, in Toscana negli ospedali universitari di Siena e successivamente a Careggi e Cisanello. È proprio a Pisa che finora sono stati analizzati i tamponi dei livornesi.
Adesso l'esame si fa anche agli Spedali Riuniti. 24 ore su 24, 7 giorni su 7, il laboratorio di Analisi Cliniche guidato dalla direttrice Elisabetta Stenner, è in grado ogni giorno di esaminare 200 campioni.
È un passo fondamentale nella gestione sanitaria: perché ridurrà notevolmente i tempi che finora sono intercorsi tra l'effettuazione del tampone e l’arrivo del risultato, permettendo ai medici di indirizzare in breve tempo i pazienti verso il percorso clinico più opportuno, ma anche evitando il lungo stazionamento dei pazienti stessi al pronto soccorso Covid, che finora durava non meno di 12 ore.
Già da lunedì scorso il laboratorio di Livorno aveva iniziato ad effettuare i primi test a tempo parziale, da sabato è partita la fase a pieno regime.
Dottoressa Stenner, com'è andata la prima settimana di test?
«Abbiamo eseguito 420 test in 5 giorni».
Quanti sono stati i positivi?
«84».
84 livornesi positivi in una settimana?
«No, ci sono anche campioni di pazienti provenienti da altri ospedali. E poi bisogna considerare che 420 test eseguiti non significano 420 persone: ci sono persone a cui l'esame viene fatto più volte durante il percorso clinico. Nel nostro caso i pazienti sono stati 277».
Come vengono eseguiti i tamponi?
«Solitamente si fa il tampone nasofaringe. Poi a seconda dell'evoluzione della malattia e della gravità delle condizioni cliniche del paziente ci possono essere situazioni dove si rende necessario anche il controllo di campioni diversi dal nasofaringe, come magari un espettorato o il lavaggio bronco-alveolare».
Allo stesso paziente possono essere eseguiti entrambi i test?
«Certamente. Può succedere anche che i due campioni diano esiti diversi, perché l'evoluzione della malattia può far sì che il campione nasofaringe sia negativo, mentre il campione che arriva dalle vie profonde rimane positivo. In quel caso significa che c'è un’evoluzione della malattia, un progresso migliorativo, ma la positività resta».
Per voi cambia qualcosa dal punto di vista delle analisi?
«No, è la stessa cosa, anche se processiamo i liquidi delle vie respiratorie profonde».
Quanti campioni riuscite ad elaborare in un giorno?
«Possiamo lavorarne 200, suddivisi in 5 sedute da 40 campioni l’una al massimo».
Li fate a orari prestabiliti?
«No, o almeno non tutti. Facciamo tre sedute di giorno e due notturne. I flussi di lavoro si concentrano soprattutto nella tarda parte della mattinata e nel primo pomeriggio e c'è un crescendo fino alla sera. Ci possono essere situazioni in cui non si va in macchina con la piastra piena, perché se dobbiamo per forza aspettare di avere 40 test da esaminare rischiamo di perdere il vantaggio di dare un servizio più veloce. Tuttavia abbiamo dato indicazioni ai reparti in cui diamo per certa la seduta delle 11 e quella delle 18».
E se c’è un’urgenza?
«Distinguiamo i campioni che arrivano in 3 categorie: i campioni urgenti hanno una priorità e sono i primi che vengono fatti. Poi ci sono i campioni di sorveglianza, ovvero i controlli su pazienti che già si sa che hanno il Covid positivo e che vengono monitorati nell'arco dell'evoluzione della loro malattia. E infine adesso ci sono gli screening di Covid pre-operatori che sono stati resi obbligatori per tutti coloro che devono essere sottoposti a intervento chirurgico».
Se la richiesta dovesse aumentare siete in grado di alzare il numero dei tamponi giornalieri?
«Possiamo farlo, ma non per lungo tempo. Per quello sarebbe necessario potenziare la strumentazione».
Ricostruiamo il percorso del tampone, dal momento in cui in pronto soccorso, o a casa, andando a toccare in profondità la gola e le cavità nasali con una sorta di cotton fioc l’infermiere recupare le ecrezioni naso-faringee.
«Il campione viene inserito nel suo contenitore e chiuso a vite. Poi viene messo in un transbag, un sacchetto chiuso in modo ermetico fatto apposta per contenere i campioni biologici e a sua volta in un altro transbag. Questi sacchi hanno una taschina separata in cui si mette la scheda che viaggia col campione con le indicazioni cliniche sull’urgenza, l'anagrafica del paziente e la provenienza. Arriva al nostro padiglione, direttamente in Microbiologia, grazie ai trasporti della Svs, viaggiando in un ulteriori due contenitori e lo depositiamo sotto una cappa biologica. Quando c’è una certa quantità di campioni si inizia a preparare lo strumento. Gli operatori, un biologo e un tecnico, si vestono, proteggendosi secondo le normative, in modo che sia impossibile entrare in contatto con il materiale biologico da analizzare. La cappa permette di proteggere sia l'operatore, sia il campione: è lì che si aprono i transbag».
I tamponi però restano potenzialmente contagiosi…
«I tamponi che arrivano possono essere inseriti in due tipi di provette: in tappo rosa o azzurro. Quelli in tappo azzurro sono più sicuri, perché contengono già un inattivatore che rende non pericoloso il virus. Gli altri vanno inattivati. Per questi si procede all’inattivazione sotto la cappa. A quel punto i campioni vengono messi in uno strumento che in 5 ore dà un risultato sulla cui base, con una griglia di interpretazione, il microbiologo può dire se il virus è rilevato o non rilevato. In casi rari il risultato è indeterminato e il test va rifatto, col solito tampone».
Il risultato come viene comunicato al reparto?
«In rete è possibile vedere in tempo reale gli esiti dei propri pazienti, anche se non sono interni all'ospedale. Se arriva il campione dalla Versilia o da Massa, il reparto che l’ha inviato vede i risultati dei propri pazienti immediatamente».
Perché è stato deciso di ampliare ora a Livorno questa attività?
«Pisa iniziava ad avere una grossissima mole di lavoro. La richiesta dei test stava aumentando in maniera esponenziale e visto che abbiamo le tecnologie è stato deciso di passare subito alla fase 2 e ampliare il servizio 24 ore su 24, 7 giorni su 7».
Dunque le tecnologie c’erano già…
«Sì, è una tecnologia che avevamo in casa e che viene utilizzata per altri esami. Il kit invece è stato acquistato».
Il personale era già preparato?
«La fortuna ha voluto che il personale sapesse già usare la tecnologia: sia i tecnici per l'utilizzo dello strumento, sia la dirigenza per l'interpretazione dei risultati. Voglio sottolineare però che gli strumenti senza la competenza è come non averli. Le competenze devono essere pregresse, dunque ci deve essere un professionista capace di fare la tecnologia molecolare, ancor meglio se virologo, dopo di che ci sono le tecnologie, devi avere in casa tecnologie che puoi dedicare a quelle analisi, non si può fermare il resto dell’attività per fare il Covid perché le altre malattie vanno avanti. Il percorso è stato corretto: è partito un centro di riferimento, ha fatto esperienza e l’ha divulgata. Per questo ho mandato gli operatori che lavoreranno al Covid a Pisa, dal professor Maggi, perché chi è partito prima ti può dare indicazioni su come ottimizzare i processi».
Ha creato un team ad hoc per il Covid?
«Sì, è una nicchia composta da 5 dirigenti, la maggiorparte virologi, di cui è responsabile la dottoressa Patrizia Petricci, e 6 tecnici. Si tratta dei dirigenti Patrizia Isola, Letizia Lanini, Niccolò Maggini e dei tecnici Giulia Lombardi, Stefania Patella, Alessandra Manzin, Sheika Colombo, Silvia Gragnani e Silvia Del Priore. Voglio ringraziare anche la dottoressa Grazzini di Pontedera che ci ha permesso di avere in supporto un’altra collega, Claudia Fornai».
Come ha scelto la squadra?
«Ho voluto vedere i curriculum di tutto il personale, perché all'individuo si chiede di uscire completamente dai suoi canoni routinari e mettersi in gioco con orari che non sono usuali, con una metodica nuova e con una responsabilità pesante e dunque servono persone che abbiano attitudine a rispondere in maniera veloce a tutte le richieste mutevoli che arrivano continuamente. Però voglio sottolineare che avendo dedicato un gruppo solo a questa attività, i tecnici sono stati tolti dal resto del laboratorio, col risultato che i carichi di lavoro si sono ridistribuiti sul resto del personale, lo stesso vale per i dirigenti staccati dal resto della patologia clinica. Ciò significa che il merito di questo risultato per l’ospedale di Livorno è sia chi è in prima linea a svolgere le analisi, sia chi non lo è ma sta facendo di più nelle altre attività che vanno avanti». —
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