Il Tirreno

Livorno

Nell’ex chiesa il pronto soccorso Covid: «Qui ogni giorno in 40 aspettano il test»

Giulio Corsi
Nell’ex chiesa il pronto soccorso Covid: «Qui ogni giorno in 40 aspettano il test»

Viaggio (insieme al direttore dell’ospedale) lungo la linea rossa che devono seguire i pazienti sospetti di infezione: «Chiunque abbia tosse o febbre deve passare da qui, anche chi ha un infarto, per questo c’è una nuova shock room»

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LIVORNO. La seconda parte dell'intervista al direttore dell'ospedale, Luca Carneglia, si sposta dal suo ufficio, al primo piano del palazzo centrale di viale Alfieri, a uno dei cuori pulsanti dell'area Covid: il nuovo pronto soccorso, realizzato a tempo di record nell'ex chiesa sconsacrata attigua al 10° padiglione.

Qui, sotto ad un soffitto a volte, in mezzo a vetrate colorate da cui la luce del sole illumina le immagini dei santi, sono stati realizzati un nuovo triage, un'area pediatrica con 4 ambulatori, sei box per l'isolamento degli utenti in attesa, e una serie di stanze in cui vengono visitati i pazienti sospetti e dove essi devono restare per 12 ore, il tempo tecnico necessario per avere i risultati del test.

Al centro c’è anche una shock-room, identica a quella dell'altro pronto soccorso, quello che tutti conosciamo e che adesso gli addetti ai lavori chiamano “pulito”, per distinguerlo dal suo doppione.



Per arrivare al pronto soccorso Covid, si deve seguire una linea rossa disegnata a terra, che parte dalla tenda pre-triage, allestita poco dopo la porta carraia di via Gramsci, dove due cartelli con su scritto Alt intimano a chiunque passi, a piedi o in auto, di fermarsi.

Una jeep della Protezione civile controlla che nessuno faccia il furbo. Non si sgarra: chi ha sintomi respiratori o febbre, anche se è arrivato in ospedale per un problema cardiaco, deve passare dal pronto soccorso Covid.

L’altro deve restare vergine: l’obiettivo è chiaro, evitare il più possibile i contagi di pazienti non infettati da coronavirus e anche quello del personale, e così stoppare il propagarsi dell’infezione.


Dotati di mascherina chirurgica, seguiamo la linea rossa, insieme al direttore dell'ospedale Luca Carneglia e all'addetto stampa Pierpaolo Poggianti.

Oltrepassato lo sbarramento alla tenda, dopo una trentina di metri a piedi, subito dopo il sottopasso che conduce al pronto soccorso pulito, si arriva all'entrata. È posizionata in una porticina laterale, davanti a un parcheggio nascosto, dedicato alle ambulanze.

La striscia rossa continua all’interno e conduce ad un'ascensore dedicato, che ad ogni viaggio viene sanificato. Ma chi non ha problemi deambulatori può utilizzare le scale.


Arrivati al primo piano si sbuca sul corridoio sopraelevato che unisce tutto l'ospedale: si svolta a destra, in direzione ovest, verso il 10° padiglione. Sessanta passi, forse settanta sopra il linoleum, in mezzo alle vetrate da cui si scorge tutto l’ospedale, conducono alla soglia del nuovo pronto soccorso Covid.

È una specie di frontiera.

Mentre ci avviciniamo, metro dopo metro sembra di entrare in un'altra dimensione. È il mondo della paura del contagio, dell’attenzione maniacale a come ci si muove, a dove si mettono le mani, a dove si appoggiano i vestiti. È il luogo del dubbio, dello “speriamo bene”. Perché il virus potrebbe essere nell’aria, nelle goccioline di saliva, nel colpo di tosse o in uno starnuto di chi ti sta passando accanto o di chi è passato lì da poco.


La tensione si percepisce sui volti sudati e sfigurati degli operatori, che si scorgono dietro agli occhiali e alle maschere.

“Attenzione, spostatevi”.

La voce è di un'infermiera bardata di tutto punto, con i calzari gialli e la maschera che le copre anche la testa: sta spingendo, quasi di corsa, una carrozzina su cui è seduto un giovane.

Dietro di lei, a distanza di tre metri, un'operatrice la segue passando uno spray igienizzante sul pavimento lungo tutto il percorso che fa la carrozzina, e dietro a loro c’è un'altra operatrice, anch'essa a distanza di altri tre metri, che struscia per terra dove è stato passato lo spray.

Per sdrammatizzare, con sarcasmo tutto livornese, qualcuno in ospedale ha già soprannominato questa attività il curling, in riferimento allo sport olimpico sul ghiaccio. Ma l’ironia dura il tempo di un passo.

Entriamo dentro. «Ecco, questo è il triage», spiega Carneglia indicando un box chiuso da una grande vetrata dietro al quale un infermiere parla con i pazienti.

Direttore, perché in un primo momento era stato deciso di utilizzare soltanto il pronto soccorso tradizionale e ora questo cambio di rotta repentino con lo sdoppiamento?

«All’inizio la situazione poteva essere gestita con una stanza di isolamento dentro al pronto soccorso dedicata a un singolo paziente. Rapidamente però c’è stata un’impennata dei casi positivi o sospetti e i pazienti potevano aspettare anche in un’area di isolamento che era stata individuata in un’area adiacente. Ma ci siamo resi conto che non era il caso di utilizzarla perché non era sufficientemente capiente».

Anche la prima modalità di pre-triage è stata modificata: alla fine avete aperto la famigerata tenda...

«Come noto, in un primo momento, la tenda era stata allestita accanto all’entrata del pronto soccorso ma lì non poteva stare poiché era troppo vicina alla pista d’atterraggio degli elicotteri, che l’avrebbero fatta volare via. Per questo è stata spostata più vicina a via Gramsci. È una posizione obbligata, ma c’era il rischio che qualcuno - passando ad esempio da viale Alfieri - la bypassasse, accedendo direttamente al pronto soccorso e rendendo inutile la sua funzione di filtraggio».

Per questo avevate messo uno sportello di pre-triage alla porta di ingresso del pronto soccorso.

«Esatto: quella soluzione è stata gestibile finché i paziente sono stati pochi. Poi quando i casi sono aumentati abbiamo deciso lo sdoppiamento del pronto soccorso e dunque è cambiata completamente la gestione degli accessi».

È cambiata anche la definizione di “caso”, giusto?

«Proprio così: possiamo dire che la configurazione dell’ospedale ha seguito le successive definizioni date dalla normativa. Prima un “caso” era colui che aveva tosse e febbre ed era stato nei 15 giorni precedenti nelle zone rosse. Nell’ultima circolare non è più così: il caso sospetto può essere anche un paziente che non ha mai fatto viaggi, ma ha una situazione clinica, esami del sangue ad esempio, di un certo tipo, oppure ha avuto contatti a livello locale considerabili a rischio. I casi sospetti chiaramente sono aumentati».

Il criterio epidemiologico secondo cui prima si individuava il paziente a rischio, è sparito?

«Non è sparito: prima era più stringente e i casi erano pochi, ora il criterio è più largo e i casi sospetti sono diventati molti».

Dunque come funziona adesso l’accesso al pronto soccorso?

«Quando una persona arriva con febbre e tosse è un caso sospetto».

E gli viene fatto il test.

«Sì: il test ha bisogno di 12 ore per la risposta, per motivi tecnici della macchina che processa il campione. Dunque il paziente sospetto ha bisogno di stare in pronto soccorso per 12 ore prima di essere avviato al reparto giusto. In queste 12 ore, nel vecchio pronto soccorso, si accumulavano pazienti e la situazione non era più in perfetta sicurezza».

Adesso invece li tenete al 10° padiglione.

«Funziona così: tutti i pazienti devono fermarsi alla tenda. Chi ha una distorsione alla caviglia viene indirizzato o accompagnato al pronto soccorso generale, che abbiamo definito per convenzione pronto soccorso “pulito”. Al 10° primo c’è invece il pronto soccorso di tutti i pazienti sospetti».

Avete dovuto spostare l’ospedale di comunità, che prima era proprio al 10°...

«Sì, ora è collocato al 6° padiglione primo piano, occupandone 20 posti, che erano stati liberati per la riduzione dell’attività chirurgica. Ma potremmo spostarli di nuovo al 2° padiglione per liberare spazi al 6° per Malattie Infettive».

A quel punto avete trasformato il 10°...

«Oggi è a tutti gli effetti un pronto soccorso. C’è una shock room per i codici rossi, perché il paziente con infarto, che ha febbre e tosse e dunque arriva al 10°, deve essere assistito come nell’altro pronto soccorso. È un padiglione a pressione negativa, significa che l’aria viene assorbita all’interno: fu realizzato così per la Sars e oggi ce lo ritroviamo. Abbiamo realizzato un’area pediatrica, divisa da quella per gli adulti. Ci sono numerose stanze dove è possibile distribuire i pazienti barellati e non, in attesa del test».

Chi non è positivo non rischia di essere contagiato?

«Il personale tratta tutti i casi come se fossero positivi. Questo tutela il personale e i pazienti. È importante perché fra di loro magari c’è un caso positivo ma 10 negativi. Ripeto, la presenza di numerose stanze permette che i pazienti vengano gestiti in sicurezza».

Quanti sono i pazienti che accedono al 10° ogni giorno?

«La media degli accessi quotidiani al pronto soccorso è scesa da 170 a 80. La metà di questi, dunque una quarantina, va al pronto soccorso Covid. Se uno, dopo il test, è negativo viene poi portato nel reparto di competenza, Medicina, Cardiologia etc, chi è positivo va in Malattie infettive».

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