Il Tirreno

Livorno

Coronavirus, quei 12 medici delle ambulanze che testano i livornesi casa per casa

Giulio Corsi
Alessio Cecconi, Andrea Giorgetti, Giorgio Ramacciotti, Giorgio Fabiani, Pino Lo Giudice, Pierluigi Sale, Francesca Seghieri, Chiara Giannone, Francesca Zingoni, Denise Damiano, Margareth Altmann e Roberto Santoli
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Alessio Cecconi, Andrea Giorgetti, Giorgio Ramacciotti, Giorgio Fabiani, Pino Lo Giudice, Pierluigi Sale, Francesca Seghieri, Chiara Giannone, Francesca Zingoni, Denise Damiano, Margareth Altmann e Roberto Santoli

Interventi del 118 triplicati. «Filtriamo gli accessi in ospedale, siamo diventati infettivologi e cardiologi»

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LIVORNO. Ci sono i medici ospedalieri. I rianimatori, gli infettivologi, gli urgentisti del pronto soccorso, che notte e giorno, da due settimane vivono tra le mura di viale Alfieri. Bardati come astronauti per evitare contagi, stanchi e sudati sotto le tute, ma mai domi davanti a quei pazienti infettati, attaccati alle macchine o sotto terapie antivirali, che giorno dopo giorno continuano ad aumentare.

E ci sono i medici delle ambulanze. Quelli che stanno fuori dalle mura di viale Alfieri, di cui si è parlato meno fino a questo momento, ma il cui ruolo, in questa emergenza, è ugualmente fondamentale. Perché loro rappresentano il filtro principale sul territorio, quelli che vanno a visitare i livornesi casa per casa e decidono: se è il caso di mandarli in ospedale o se invece è possibile tenerli al proprio domicilio.

«Tanta parte della riduzione della possibilità di contagio viene fatto a casa, sul territorio - spiega Giorgio Fabiani, decano dei medici del 118, che fino a poco tempo fa operava anche in pronto soccorso -. Quelli che non possiamo trattare a casa, li mandiamo in ospedale con un’ambulanza vuota, la Charlie Victor, con due operatori bardati di tutto punto che li porta al 10° padiglione».

A loro, che notte e giorno si alternano sulle ambulanze da Quercianella a Stagno, abbiamo voluto dedicare questa pagina. Mettendo le loro facce riprese in vari momenti della giornata, per porgergli il grazie della città.

«Ma non siamo eroi, siamo medici e facciamo il massimo, in scienza e coscienza -continua Fabiani -. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, che poi diventano martiri. Questa situazione ci insegna ancor più che serve un sistema funzionante. Il Covid, in prospettiva, deve essere occasione per prendere coscienza del nostro sistema sanitario che è pubblico, gratuito e va incontro a tutti e che sarebbe più forte se si evitassero ulteriori tagli».

Da quando è scattata l’emergenza Covid 19, l’attività dei medici che operano sulle ambulanze è triplicata. «Fino a prima del Coronavirus venivamo attivati per i codici rossi: persone in pericolo di vita, senza respiro, un ictus, infarti, traumi gravi, insomma tutte quelle situazioni in cui i parametri vitali risultano alterati e in cui servono manovre per tenere in vita il paziente - racconta Fabiani -. Ora tutto questo è la minima parte del nostro lavoro: siamo diventati infettivologi e cardiologi, cambiamo terapia a casa ai pazienti per non portarli in ospedale, facciamo i pediatri e anche gli psicologi, perché a tanti cittadini adesso serve anche un supporto morale. Tutto questo, non lo nego, ha scatenato un senso di soddisfazione in tutti, la sensazione di essere medici completi».

«Una delle possibili soluzioni per arginare ricoveri impropri in ospedale è il tentativo di lasciare più gente possibile a casa - ripete Fabiani -. Due terzi dei nostri servizi sono sospetti-Covid: in realtà si tratta di sospetti sempre più difficili da definire perché i criteri epidemiologici - vale a dire la frequentazione di posti o persone a rischio - sono cambiati, quasi non esistono più e il sospetto clinico vale fino a un certo punto, non a caso tutti quelli che hanno febbre e difficoltà respiratorie passano dal 10° padiglione. Il nostro ruolo è di decidere, sulla base di questi criteri clinici, se è il caso di mandare in ospedale una persona o no. Ma bisogna tener conto anche di altri fattori: ieri ho visitato una signora di 85 anni, l’avrei lasciata a casa, ma viveva in 40 metri quadri con figli e nipoti e l’ho mandata in ospedale. Altre volte a pazienti anziani che volevano essere ricoverati ho dovuto convincerli spiegando loro che se fossero stati mio nonno li avrei tenuti lontano dall’ospedale. L’obiettivo principale è evitare il moltiplicarsi dei contagi,in modo che non si infettino soggetti immunodepressi, tenendo conto di chi è infetto e non sa di esserlo». —


 

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