Gioco
«Costrette a gestire 15 pazienti per 7 ore con il solito camicino di finta carta»
La denuncia di un’addetta di una Rsa dell’Asl: «Una tutina a turno, basta lo starnuto di un ospite e lo diffondiamo a tutti»
L’intervista
Giulio Corsi
«Lunedì è arrivato un avviso nella nostra Rsa: ci hanno proibito di parlare con chiunque, ancor più con i giornalisti. Ma come facciamo a tacere? Mancano i dispositivi per proteggere i pazienti e noi lavoratori. Così non si può andare avanti, è pericoloso anche per le nostre famiglie».
F. è un’operatrice di una delle Rsa cittadine gestite dall’Asl. Per tutelarla non pubblichiamo il nome né il suo ruolo.
«Ci hanno detto che le mascherine sono in arrivo, ma per ora non si sono viste. Andiamo avanti con quelle acquistate dalla direttrice, ma sono mascherine chirurgiche, non quelle col filtro, previste dalle direttive del ministero per contatti ravvicinati».
È un problema diffuso, anche in ospedale, anche fuori da Livorno.
«Sì, certo, lo so bene, ma anche qui, si deve sapere, la situazione è insostenibile. Pensi che non abbiamo neanche i camici di ricambio».
Si spieghi meglio.
«Ci danno un camicino monouso a turno, che deve valere per 7 ore e per 14, 15, 16 pazienti».
Dunque il camice monouso ce l’avete...
«Sì, ma non è quello che usano in ospedale. È un camice di finta carta, che servirebbe se c’è un caso di scabbia. Pensi che i soccorritori di un’associazione di volontariato che sono arrivati nei giorni scorsi nella nostra struttura per portare una nostra ospite in ospedale, sono rimasti basiti. “Avete un caso di scabbia?”, ci hanno chiesto. “No, abbiamo un sospetto coronavirus”, gli abbiamo risposto».
Dunque è un problema di tenuta del camice monouso, di protezione rispetto al camice normale che avete sotto...
«Non solo. È un problema di contagio: noi con lo stesso camice ci lavoriamo per 7 ore. Infermiere e Oss hanno contatti stretti con i pazienti. Soprattutto le Oss. Li alzano, li spostano, li puliscono».
Insomma è facile che ci siano passaggi di materiale biologico.
«Esatto. E con lo stesso camicino le Oss vanno dal paziente successivo e poi da tutti gli altri. Basta che uno ti starnutisca e ti tossisca addosso - e capita - che i suoi microbi vengono portati ad altri pazienti. E se qualcuno ha il coronavirus, immaginate voi quale sia la probabilità di contagio...».
Nella vostra Rsa avete avuto due pazienti infettati dal Covid 19. Che azioni sono state intraprese dopo aver saputo della positività?
«Prima hanno messo in quarantena un bel gruppo di addetti. “Vi contatterà l’ufficio Igiene dell’Asl”, è stato detto. In realtà solo uno è stato contattato. Poi è arrivato il decreto che esclude dalla quarantena gli operatori sanitari e tutti, o quasi, son tornati a lavoro».
E letti e camere?
«Hanno bonificato il letto dell’anziana deceduta, ma la struttura no. Ecco, solo quando è morta una donna hanno fornito le tute usate in ospedale a chi doveva smaltire gli abiti e gli oggetti della signora».
Avete paura?
«Rischiano i pazienti. Ma rischiamo anche noi. Senza mascherine, senza calzari, senza tute adeguate possiamo essere contagiati o contagiare, sia gli ospiti che le nostre famiglie. Questo non può passare sotto silenzio. I nostri colleghi in ospedale sono in prima linea di noi, ma anche noi e i nostri pazienti, nelle Rsa, siamo in una situazione critica».
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