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Tamponi ai medici di famiglia L’Asl ci pensa, no dei sindacati
LIVORNO
Ed ora le aziende sanitarie e la Regione pensano seriamente all’ipotesi di dotare i medici di famiglia dei test per valutare la positività al Covid 19. Uno dei problemi emersi in questi giorni di emergenza è quello segnalato da alcuni medici di base: primo contatto coi potenziali malati soggetti a contagio. E spesso, di fronte alle chiamate che ricevono da pazienti con sintomatologia respiratoria, non hanno elementi per differenziare in maniera chiara questo tipo di virus. Per questo alcuni di loro hanno detto che sarebbe meglio avere la possibilità di usare, anche a livello territoriale periferico, uno strumento diagnostico come il tampone, che indirizzerebbe in maniera più precisa il lavoro e la diagnosi del medico stesso. Ma non tutti i medici di base sono d’accordo. Tanto che i sindacati non gradiscono. Il caso sollevato sul nostro giornale dal dottor Enrico Bianchi, medico di base e vice presidente dell’Ars (Agenzia regionale della sanità), nonché consigliere comunale del Pd, aveva proprio puntato i riflettori su questo problema. I medici di famiglia che devono fare diagnosi ma non sono determinanti nella scelta di fare il tampone (lo sesso Bianchi aveva segnalato che il 118 non aveva ritenuto opportuno fare il test su un 45enne con febbre alta da 5 giorni). Ora che invece l’orientamento – supportato da indicazioni che arrivano dall’Oms – sembra essere quello di aumentare il numero dei tamponi, si pone anche questa questione. Naturalmente l’esecuzione da parte dei medici di base dei test sarebbe su base volontaria, deve avere la garanzie di apposite dotazioni di sicurezza e dovrebbe avvenire con la collaborazione di associazioni di volontariato per il trasporto dei test in ospedale. Sebbene non si sia ancora deciso nulla, la proposta in fase di valutazione di Regione e aziende sanitarie. Ma avrebbe al momento trovato uno stop proprio dai sindacati medici. –
A. R.
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