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Livorno

La prof di filosofia ricoverata a Malattie Infettive: «Pareva influenza, ma peggioravo ora dopo ora»

Giulio Corsi
La prof di filosofia ricoverata a Malattie Infettive: «Pareva influenza, ma peggioravo ora dopo ora»

Dall’ospedale il racconto affannato di Maria Antonietta Monaco. I sintomi, le iptesi di contagio e le cure: «Sono priva di forze, non riesco neanche a leggere ma i medici dicono che guarirò» 

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LIVORNO. «Adesso non ho più febbre, mi curano con gli antivirali. I medici mi hanno spiegato che il periodo peggiore dovrebbe essere passato, ma non si sono sbilanciati su quanto tempo servirà perché guarisca. Mi sento così strana, così priva di forze». Maria Antonietta Monaco, 65 anni, professoressa di storia e filosofia al liceo classico Niccolini, ha l’affanno mentre parla dal suo letto del reparto di Malattie Infettive dove è stata ricoverata sabato dopo il risultato del tampone positivo al coronavirus. «Non sentirsi all'altezza, vedere che il proprio corpo non risponde è una brutta sensazione», confida al telefono.

Da quanto tempo stava male, professoressa?

«Da 12 giorni. All’inizio sembrava un'influenza, anche il mio medico l’aveva interpretata così. Ma i giorni passavano e anziché migliorare stavo sempre peggio. Mi è stata diagnosticata una broncopolmonite, mi hanno dato gli antibiotici, ma non sono serviti a niente. Più passava il tempo, più mi sentivo debole».

Che sintomi aveva?

«Febbre a 38 e tosse. I giorni più duri sono stati il quarto e il quinto: avevo un mal di testa terribile, unito a dolori articolari».

Lei è una donna molto attiva in ambito culturale, anche fuori dalle mura scolastiche: aveva avuto contatti considerabili a rischio?

«No, non mi ero mai mossa da Livorno. Anzi era un periodo in cui mi dividevo soltanto tra casa e liceo. È per questo che quando mi sono ammalata, né io né il mio dottore abbiamo pensato al Covid 19».

Tornando indietro con la memoria, si è fatta un’idea di dove potrebbe essere entrata in contatto col virus?

«L’unico dubbio è legato a un progetto tra Umbria e Toscana di cui faccio parte: sto facendo un percorso di consulenza filosofica nelle carceri. Ho fatto un incontro il 27 febbraio alle Sughere, tra l’altro è stato l’ultimo perché poi hanno fermato l'attività. Magari qualche carcerato poteva aver ricevuto la visita di qualche familiare da fuori Livorno. Ma è solo un’ipotesi, quel che è certo è che non mi sono mai spostata».

Quando ha smesso di andare a scuola?

«Avevo preso tre giorni di malattia nella settimana in cui poi è stata decisa la sospensione delle lezioni».

Quand’è che il suo medico ha deciso di mandarla in ospedale?

«Giovedì 12 marzo. La situazione non migliorava. È arrivata l’ambulanza della Croce Rossa, con personale bardato di tutto punto».

Dove l’hanno portata?

«Al pronto soccorso. Lì mi hanno fatto il tampone».

E poi?

«Poi mi hanno trasferita al 10° padiglione. Sono stata in barella un giorno intero, fino a quando sabato mi hanno trasferita a Malattie Infettive».

È in stanza da sola?

«No, sono con un’altra signora».

Anche lei ha il coronavirus?

«Non lo so».

Ha paura?

«No. I medici mi hanno detto che il fatto di avere alle spalle così tanti giorni di contagio dovrebbe significare che si va verso un'evoluzione conclusiva. Non avere febbre è un segnale positivo, i valori respiratori sono in miglioramento».

Nei giorni in cui era a casa malata ha avuto contatti stretti con i suoi familiari?

«Con mia figlia, che infatti è stata messa in quarantena. Per fortuna sta bene. Passerà l’isolamento a casa mia, anche perché abbiamo un gatto che sennò resterebbe solo».

I suoi colleghi hanno saputo?

«Sì, gliel’ho scritto stamani (ieri, ndr) nella chat dei professori. Sono stati tutti molto affettuosi. Mi ha chiamato anche la preside».

E i suoi studenti?

«La voce si è sparsa, qualcuno ha saputo. Mi hanno scritto che stanno pregando per me».

Che cosa sta pensando in queste ore?

«Quando capita una situazione di questo tipo, capisci che vorresti tornare subito alla tua normalità, quella normalità che a volte sembra così noiosa, e poi ti accorgi che invece è così bella».

Ha scelto un libro per questi giorni in ospedale?

«Purtroppo non riesco a leggere. Non ci vedo bene, già dai giorni in cui ero a casa».

E allora a quale filosofo pensa per tirarsi un po’ su?

«A Kant, è il più rassicurante: ci dà una visione razionale ma anche molto umana della vita». 

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