Il Tirreno

Livorno

Coronavirus, il medico di famiglia: «Più tamponi sono necessari e vi spiego perché»

Andrea Rocchi
Coronavirus, il medico di famiglia: «Più tamponi sono necessari e vi spiego perché»

Livorno, intervista al dottor Enrico Bianchi: «Costretti a gestire casi gravi senza dotazioni. I test? Meglio uno in più che nulla»

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LIVORNO. «Servono più tamponi, non rifiutarsi di farli quando c’è un quaranticinquenne con la febbre alta da 5 giorni». Enrico Bianchi è un medico di famiglia, consigliere comunale del Pd nonché vice presidente dell’Ars, l’Agenzia regionale della sanità. Ha qualche sassolino nella scarpa in questi giorni di emergenza Covid-19.

Cosa è successo, Bianchi?

«E’ successo che io ho avuto un paziente, la settimana scorsa, con la febbre alta per cinque giorni ed ho chiamato il 118 per sollecitare un tampone».

Cosa gli è stato risposto?

«Mi hanno detto che lo ritenevano non necessario in quanto non presentava i sintomi tali da inquadrarlo come caso sospetto».

Secondo lei, invece, era necessario?

«Ripeto, il paziente stava male. Aveva la febbre a 39 e faceva un po’ di fatica a respirare. Anche ammesso che non rientrasse nella casistica del Covid aveva necessità di essere assistito e monitorato».

E lei cosa ha fatto?

«Ho chiesto all’operatore che almeno si recassero a casa per un esame più approfondito. Mi hanno risposto che avrei dovuto occuparmene io. Faccio presente che fino alla settimana scorsa non avevo neppure le dotazioni di protezione che invece hanno al 118».

Come è andata a finire?

«Ho chiamato la Radiologia e gli ho fatto fare una rx urgente. E’ emerso che aveva una broncopolmonite. A quel punto gli ho fatto fare gli esami del sangue e l’ho curato a casa con gli antibiotoci. Ora, per fortuna, sta meglio».

Lei, però, è ancora arrabbiato

«Sì, perché in questo clima che si è generato o è coronavirus o si può morire. Ci sono tante altre patologie gravi dell’apparato respiratorio, ma non solo, che devono essere esaminate: polmoniti, encefaliti…»

Occorre fare più tamponi, secondo lei?

«Si, tanto è vero che il pomeriggio del giorno in cui il 118 mi ha detto che non sarebbe intervenuto, ho chiamato un apicale dell’Asl. Gli ho raccontato quanto successo e mi ha risposto che la scelta di fare i tamponi non competeva a me. Purtroppo la filosofia, fino ad oggi, era che i tamponi si fanno solo ha chi ha gravi problemi. Ma in questo modo possono sfuggire persone giovani che magari hanno una sintomatologia più sfumata ma che possono essere essi stessi diffusori di contagio. Oggi vedo che si cambia rotta e si comincia a fare quello che dicevo io…»

Cioè?

«Si annunciano più tamponi e fatti h24. A Venezia, per esempio, si intercetta la gente in fila ai supermercati e si effettuano tamponi a campione».

Voi medici di famiglia vi sentire in trincea…

«Lo siamo a tutti gli effetti. Le faccio un esempio. Ci hanno dato le mascherine, ma sono quelle di tessuto-non tessuto. Servono ai malati, non a noi che ci dobbiamo proteggere. Basta uno starnuto ed il virus passa». 

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