Gioco
Coronavirus, lo sfogo dei medici di famiglia: «Come i soldati in Russia con gli stivali di cartone»
La denuncia del presidente della Fimmg, Pasquale Cognetta: «Non abbiamo dotazioni adeguate per visitare i pazienti e non riusciamo ad avere contatti con il dipartimento di prevenzione dell’Asl per gestire le persone in isolamento fiduciario»
LIVORNO. «Nelle nostre chat la frase che ricorre di più, in questo momento, è questa: siamo come i soldati italiani in Russia, sulla neve con gli stivali di cartone». Gli scambi via whatsapp sono quelli dei medici di famiglia livornesi che si trovano ad affrontare pesanti criticità dentro l’emergenza coronavirus. È chiaro, il rimando al fronte russo è solo una similitudine, siamo in un tempo di emergenza, certamente non come quella descritta da Giulio Bedeschi in “Centomila gavette di ghiaccio”.
Ma la pandemia Covid-19 in corso mette a dura prova il lavoro e la figura del dottore di famiglia, snodo cruciale tra paziente e sistema sanitario nazionale. A maggior ragione in questo contesto. E Pasquale Cognetta, in prima linea lui stesso, e segretario della Fimmg(Federazione italiana medici di famiglia) di Livorno, descrive le condizioni in cui lavora lui e decine di altri suoi colleghi: «Senza armi adeguate», stigmatizza senza esitazione. E rimarca aggiungendo: «Siamo allo sbando».
Ecco a cosa si riferisce il dottor Cognetta: «Quando ci troviamo di fronte a pazienti che devono essere messi in quarantena non abbiamo punti nella struttura a cui fare riferimento - spiega - purtroppo molti colleghi stanno trovando molte difficoltà».
Il dottor Cognetta scende ancora più nel dettaglio: «Per le persone che sono state a contatto con pazienti positivi al virus occorre concordare un percorso condiviso con il dipartimento della prevenzione dell’Asl. E questo vale in due sensi: il primo perché queste persone devono essere monitorate quotidianamente per verificare l’evolversi del periodo di quarantena in collaborazione con i medici di famiglia. In secondo luogo a questi soggetti serve un certificato di inabilità al lavoro che deve essere sottoscritto, perché sia valido ai fini dell’Inps, sempre dal dipartimento di prevenzione». Questo è quello che servirebbe in teoria. In pratica, però, il dottor Cognetta racconta un altro scenario con cui i professionisti livornesi e della provincia si confrontano tutti i giorni: «Sia per monitorare le condizioni di salute dei pazienti in quarantena che per la certificazione da inviare all’Inps manca la gestione da parte del dipartimento di prevenzione. Ai numeri telefonici che ci sono stati dati non risponde alcun operatore e così anche alle mail dedicate: non abbiamo un ritorno».
«Noi - riprende il professionista - mandiamo in ogni caso la comunicazione anche per avere una traccia di quello che abbiamo fatto. Ma, per esempio, per quanto riguarda l’Inps, teoricamente la certificazione dovrebbe partire dal dipartimento di prevenzione che deve indicare la data di inizio dell’isolamento fiduciario e quella della fine. E poi dovrebbe passare a noi. Invece, al momento, siamo noi direttamente a spedire il certificato all’Inps senza vedere la persona in questione con il codice “V.29.0”, con la speranza che venga poi accettata dall’istituto senza problemi». Su questo “vuoto” nella gestione dell’emergenza coronavirus Cognetta suppone: «Probabilmente non riescono a darci supporto adeguato perché i loro uffici non hanno sufficiente personale».
E va avanti: «E meno male che da noi in Toscana non si registrano i numeri delle regioni settentrionali altrimenti... non saprei immaginarmi quello che sarebbe potuto accaderci». E il medico fa una pausa quasi a voler scacciare dalla sua mente scenari peggiori di quello attuale.
Poi riprende. Ma non è tutto: c’è anche un altro aspetto su cui i medici di famiglia sono critici e per questo proprio in questi giorni hanno scritto una lettera, attraverso il loro presidente nazionale, all’attenzione del governo ed è la mancanza di dotazioni nel caso in cui tra i loro pazienti si presenti un caso compatibile con il coronavirus. «Facciamo il controllo domiciliare - spiega il medico - come dispositivi ci hanno dato 100 paia di guanti, un paio di occhiali e dieci mascherine chirurgiche che servono veramente a poco. All’inizio non ci avevano date neppure questo “corredo” e comunque questa fornitura serve a poco perché se a fare il controllo ci vanno i medici del 118 , l’attrezzatura a loro disposizione è molto diversa: hanno le tute, la maschera con il filtro. E allora bisogna fare chiarezza: nel caso di un paziente con la febbre o ci vanno loro oppure ci andiamo noi ma con i dispositivi adeguati». E infine un’altra notazione: «Anche l’accesso agli ambulatori andrebbe regolamentato, ora l’accesso è libero. E invece dovrebbe essere programmato, una alla volta. Ma queste cose chi le dovrebbe fare?»
Il colloquio con il dottor Cognetta si chiude con domande importanti che, in questo mo mento di emergenza, sono rimaste senza risposta. E a cui, comunque, i medici di famiglia cercano di ovviare con la loro professionalità e in virtù del giuramento di Ippocrate che hanno fatto. Andando comunque oltre le contese terrene.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.38593522:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2020/03/14/news/coronavirus-mascherine-fai-da-te-in-ospedale-gli-infermieri-non-sono-idonee-e-abbiamo-paura-1.38593522]]
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
