Il Tirreno

Livorno

Via Grande spettrale cuore della città deserta. Tutti in casa a cucinare e la spesa è una gioia

Cristiana Grasso
Via Grande spettrale cuore della città deserta. Tutti in casa a cucinare e la spesa è una gioia

Coronavirus: un altro giorno di “isolamento” tra panorami urbani desolanti e supermercati sempre pieni 

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LIVORNO. Una settimana che ha cambiato il mondo, almeno il nostro piccolo mondo generosamente anarchico o meschinamente egoista ma comunque mondo a parte dove le regole si schivano fin che si può. Così è durata qualche giorno, di decreto in decreto, di restrizione in restrizione, la silenziosa battaglia, anzi resistenza, contro dei livornesi “contro” il lock-down, il blocco, l’isolamento, la “quarantena” che poi quarantena non è, insomma lo “state a casa” che quando lunedì sera è stato imposto a tutta Italia non poteva certo dichiarare zona franca Livorno e risparmiare suoi abitanti brontoloni e gaudenti. Così alla fine la ragione e la legge soprattutto (con multe e controlli) hanno vinto. Ecco quindi via Grande che sembra il set di uno di quei film che narrano di umani come dissolti e città rimaste deserte e intatte, che evoca le pagine di un classico del romanzo distopico come “Dissipatio H. G. ” di Morselli. Fantasascienza là dove solo pochi giorni fa c’era la piatta e ora rimpianta banalità delle vetrine tutte uguali delle grandi catene di abbigliamento, i bar, la pizza al taglio, le gelaterie.

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(video Marzi - Silvestri)

Deserti i portici, deserta piazza Grande e le sue panchine dove si ritrovavano tanti anziani, deserta persino piazza della Repubblica abituale ritrovo di tanti stranieri. Livorno non sembra più lei e i livornesi, pur rispettando le regole più o meno a denti stretti, non si sentono più loro. Così anche le famose “necessità” che consentono di uscoire di casa diventano la chiave che apre la porta di un piccolo svago. E nel deserto di via Grande, così come delle altre vie del centro, segni di vita appaiono proprio in prossimità di quei negozi che hanno il permesso di stare aperti perché ritenuti, con una selezione ancora un po’contradditoria, appunto “necessari”.

Ovviamente le farmacie, ed è qui, anzi fuori dalla porta se i locali sono piccoli, perché bisogna stare a distanza di sicurezza, che si celebrano i più importanti momenti di socializzazione. In via Grande ce ne sono parecchie e sono diventate il fulcro della vita mondana. Ma dove veramente i livornesi hanno trovato consolazione, senza nemmeno dover ricorrere a un grande spirito di adattamento, dono i supermercati. Ieri, in questo venerdì surreale e spopolato, senza nemmeno il mercatino, fuori da tutti i supermercati la fila indiana (sempre quella imposta dalla distanza di sicurezza) era costante e assai lunga. Anche le cassiere del resto lo confermano. Alla Conad di via Grande si è lavorato senza sosta, persino nella piccola Pam city che in genere serve soprattutto turisti, crocieristi, gente che ha bisogno di qualche oggetto mentre torna a casa dal lavoro, si faceva la spesa vera e propria. E nei supermercati fuori città il movimento era ancora maggiore. Perché passata la paura di rimanere senza rifornimento, finita la psicosi da scorta, ora siamo alla spesa quasi quotidiana per avere la “scusa” per uscire, per scambiare due parole a distanza e soprattutto per sbizzarrirsi in due delle poche cose che anccora si possono fare in epoca di coronavirus: cucinare e mangiare. Non più scaffali di pasta e olio vuoti ma piuttosto quelli del vino buono in offerta, delle birre, dei dolcetti, prelibatezze che rendano meno amaro questo boccone di reclusione domestica. «La gente non sa cosa fare, cucina, mangia» dice il ragazzo alla cassa.

Tanto più che un altro dei riti irrinunciabili del popolo labronico, insieme al trittico mare-sole-sport, è quello del “mangiar fòri”. Magari una volta alla settimana, magari nei locali che fanno menù fisso a 12 euro a testa, però la prospettiva di uscire meglio se con il gruppone era puro ossigeno durante la settimana e non solo per i più giovani. Ora che le saracinesche hanno frantumato la godereccia usanza non resta che la mangiata farsela a casa. Con la famiglia ufficialmente anche se poi di straforo qualche amico lo si fa arrivare munito di autocertificazione fantasiosa.

Tutti cuochi quindi, finalmente con tempo a disposizione per sbizzarrirsi, e senza nemmeno guardare troppo alle spese ché tanto tra negozi chiusi e movimenti limitati, se per molti le entrate stanno subendo tragici tracolli anche le uscite nel bilancio domestico almeno sono più limitate dle solito. E se gamberoni freschi devono essere che gamberoni siano. «Non ci resta altro, o quasi...» sghignazza il pesciaiolo. –
 

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