Il Tirreno

Livorno

Coronavirus, mascherine "fai da te" in ospedale. Gli infermieri: «Non sono idonee e abbiamo paura»

Stefano Taglione
Le mascherine arrivate e un'infermiere che ne indossa una
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Le mascherine arrivate e un'infermiere che ne indossa una

Livorno: l'appello del sindacato Nursind che chiede chiarimenti all’Asl dopo che due giorni fa è arrivato il pacco con i dispositivi di protezione 

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LIVORNO. Non vogliono farsi chiamare eroi. «Anzi, rischiamo di diventare dei martiri – dicono – perché i sistemi di protezione che l’Asl ci ha fornito non sono idonei». Gli infermieri e il resto del personale sanitario dell’ospedale di Livorno (medici inclusi) non potevano credere ai loro occhi quando due giorni fa hanno ricevuto le mascherine per proteggersi dal coronavirus.

Loro, che stanno a contatto con casi sospetti e conclamati di Covid-19, ne hanno bisogno più di tutti. Più di noi. Più delle forze dell’ordine che, instancabilmente, controllano che la popolazione resti a casa o si muova solo per motivi urgenti, rispettando il decreto del Consiglio dei ministri.

Le mascherine, insomma, dovrebbero essere certificate e sicure, in poche parole le migliori sul mercato. Invece sono poche e “fai da te” – «con tanto di lacci e tessuto non tessuto» – e devono essere indossate all’inizio di ogni turno di lavoro. Per tante ore, fino alla fine. Ovunque: al pronto soccorso, in corsia o nel reparto di malattie infettive. Sarebbero le stesse per tutti nella nostra area sanitaria, quella che va da Carrara all’isola d’Elba. E ovviamente ai vertici dell’azienda sanitaria sono già fioccate parecchie proteste, un po’ da tutti gli ospedali; perché in molti, dopo averle viste e indossate, temono che non possano fare bene il loro dovere. O quantomeno svolgerlo, sì, ma solo per una piccola parte della giornata lavorativa. Con una protezione che dopo un po’ verrebbe meno.

«Rinnovando l’appello a tutti i cittadini di restare a casa, come sottolineato anche dal Governo, bisogna anche dire che gli infermieri vivono momenti lavorativi drammatici – spiega Roberta Sassu, infermiera e segretaria del Nursind di Livorno – e se alla stampa e alla politica ultimamente piace chiamarci eroi, in realtà noi rischiamo la vita e rischiamo di diventare martiri. Non abbiamo paura di affrontare il Covid-19, ma non ne siamo neanche immuni. Perché dico martiri? Perché nei presidi ospedalieri e territoriali dell’Asl Toscana nord ovest i dispositivi di protezione – come camici, mascherine e i ripari per gli occhi idonei a svolgere la loro funzione – sono una chimera. I dispositivi arrivano giorno per giorno e sono centellinati e spesso anche inappropriati. A ogni infermiere viene consegnato un dispositivo di protezione individuale a inizio turno e deve custodirlo fino alla fine, in barba alle specifiche tecniche che sono riportate sull’etichetta, perché dopo un po’ perde la sua efficacia protettiva».

In pratica – secondo quanto spiegato dalla segretaria livornese del Nursind, il sindacato nazionale delle professioni infermieristiche – un intero turno di lavoro sarebbe troppo per una singola mascherina che viene data loro in dotazione dalla direzione ospedaliera. Un sistema di protezione che rischierebbe di non fare più il suo dovere, mettendo a rischio la salute del professionista che lo indossa sotto i dettami dell’Asl. «L’azienda ha richiamato al lavoro (come anticipato dal Tirreno nei giorni scorsi ndr) anche i colleghi che erano finiti in quarantena dopo essere stati vicini a persone poi risultate positive – continua Sassu – ma per noi l’isolamento non vale se il tampone è negativo, dato che si torna al lavoro anche se siamo stati a contatto con uno o più casi positivi al Covid-19. In questo modo rischiamo di non tutelare la nostra salute e quella degli altri». Sassu ha scritto l’azienda sia come rappresentante del Nursind di Livorno, sia con il coordinamento dei sindacati dell’Asl Toscana nord ovest, per chiedere subito una risposta alla paura dei colleghi.

Intanto su Facebook è stata promossa una raccolta fondi proprio per l’ospedale. Si intitola: «Strumentario terapia intensiva Livorno» e ieri pomeriggio aveva già superato i 13.000 euro, segno che c’è sempre più bisogno di sistemi di protezione. L’obiettivo è raccoglierne cinquantamila e procedere poi all’acquisto – senz’altro attraverso l’Asl – dei sistemi. «Come Fials – scrive invece Daniela Boem della Federazione italiana autonomie locali e sanità – su questo e sulla carenza in generale dei dispositivi individuali di protezione constatiamo che il direttore generale dell’Asl Toscana nord ovest, Maria Letizia Casani, ci sta negando l’incontro richiesto. Ci chiediamo cosa facciano le Unità di crisi per il contenimento del contagio Covid-19 e il rischio clinico aziendale. Constatiamo il disinteresse dei sindaci di Livorno, Cecina e Piombino ai quali abbiamo scritto e neppure ci hanno chiesto “Cosa sta succedendo”. Perciò stiamo valutando un intervento in prefettura», conclude la sindacalista livornese che ritene, quindi, di interpellare il prefetto Gianfranco Tomao.

Sul tema è intervenuto anche il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Andrea Quartini, medico e e membro della Commissione sanità. «A dieci giorni dall’inizio dell’emergenza coronavirus ci risulta che ancora oggi gli operatori del soccorso in Toscana sono costretti a lavorare senza mascherine e protezioni, con il risultato che sempre più medici e sanitari si stanno ammalano o corrono il rischio di ammalarsi – scrive il vicepresidente del gruppo consiliare pentastellato – ed è una situazione inaccettabile che dovrebbe rappresentare la priorità assoluta per l’assessora regionale Stefania Saccardi e per i coordinatori delle macro Asl, il cui primo dovere è garantire al personale di lavorare nella massima sicurezza. Per ora si sono limitati ai proclami e alle rassicurazioni senza alcun tipo di intervento concreto». Ma il personale – rimarca Quartini – è «stremato e minaccia di interrompere il servizio. La Regione non può ignorare questo grido d'allarme e ha il dovere di prendere provvedimenti. Se il problema sono i soldi, noi siamo pronti a fare, nel nostro piccolo, la nostra parte. Abbiamo messo da parte ottantacinquemila euro e abbiamo deciso di donarli alla Regione. Intanto utilizziamo quelli. Ma, per carità, facciamo presto».

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di Redazione web